domenica 29 aprile 2012

Akhram





Akhram l'ho scritto anni fa.
E' la storia di un bambino di Malindi che conosco benissimo dato che ho avuto una storia con la sua splendida madre. Poi lei e' morta all'improvviso e noi abbiamo pianto lacrime vere. Questo racconto e' stato postato in un blog del Kenya, e cosi' lo posto anche qua.
E solo a Lei e' dedicato.



Un gatto girava per strada distratto.
Incontrò una formica che sudava
a testa bassa
le chiese perché?
Perché la vita è dura
Rispose tristemente.
Poi incontrò una cicala seduta
a frescheggiare serena
le chiese perché?
Perché ne vale la pena
Rispose sorridendo

(Akhram)


Akhram ha 12 anni e scrive poesie da sempre. Iniziò presto con questa passione.
Appena a scuola imparò ad usar penne e fogli partì d’istinto.
Il suono della melodia e della metrica lo portava a vedere cose e a formulare pensieri che solo lui vedeva e che lo estraniavano da tutto il resto. Perciò all’inizio la maestra si preoccupò e ne parlò persino con Fatuma. Sua madre. 
Non voglio farti impensierire ma Akhram è veramente strano. Non gioca con gli altri bambini e ride poco e fa domande da grande. Certe volte mi mette persino in imbarazzo con la classe perché non so cosa rispondere. Le raccontò Chiuna, che sarà stata anche una bella ragazza e molto competente a sculettare per la town ma come maestra lasciava un po’ a desiderare.
Fatuma sorrise e guardandola le rispose maliziosa. Allora forse il problema è tuo. A casa è un bambino normale. Gli piace soltanto scrivere poesie. Cosa ci sarà di tanto strano? Fatuma sapeva benissimo che Akhram non aveva nessun problema. Era soltanto un bambino intelligente e sensibile. Persino il muezzin della moschea glielo aveva fatto notare. Diventerà un grande uomo un giorno le disse. Ma a Fatuma non piaceva che frequentasse troppo la moschea e anche Akhram era in sintonia. Trovava noiosa la lettura del Corano a quella maniera mentre lui quando lo leggeva da solo ci traduceva un sacco di cose diverse da quelle che sentiva dire poi dai religiosi.
E non ci scovava mai quella rabbia e quel rancore che invece un pò tutti predicavano.

Le mitrie pungenti seppellirono l’aria
Grida dolorose setacciarono
percorsi di morte
Rosso di sangue scorreva
nelle crepe della strada
Un uomo sedotto e ferito era brillato
Violenza ancora
Senza l’ombra di un amore
E Allah si vergognò quando
urlò il suo nome

(Akhram)

Tra guglie d’originalità e una dialettica minimalista spiazzante e tempo perso a guardar la gente perder tempo Akhram passava spesso a trovare mzee Malik. Un signore arabo olistico che adorava questo ragazzo osservatore attento della vita ed educato da far impressione.
E che domande poi. Certe volte lo metteva in imbarazzo perché non sapeva cosa rispondere ai suoi quesiti arguti ed originali. Curiosava sempre a naso in sù tra i libri della biblioteca che era una cosa importante e non si stancava mai di chiedere nuove letture. Aveva praticamente divorato tutti i classici musulmani iniziando ad interessarsi a certa letteratura occidentale.
Il Vecchio e il Mare di Hemingway lo aveva entusiasmato. 
Anche quel bel libro sulle guerre del nord. Maggiore Lawrens cosa l’attrae del deserto?
Che è pulito.
Mi piace perché è pulito.
Se la ricordava ancora questa citazione spettacolare.
Mzee mandò la governante a comprare due gelati senza farsi sentire da Akhram che adorava il cono con la cioccolata intorno e bianco dentro per non parlare poi dei dolciumi tutti. In effetti aveva qualche chilo in più e i capelli quasi castano che ricordavano una fetta di dna muzungu. Dato che il padre era un italiano che aveva intrallazzato per un pò a Malindi e poi era fuggito lasciando sua madre in un mare di guai.
Due occhi azzurro/verde che penetravano fin dentro i pensieri ma il suo sorriso aperto e leale smorzava quell’energia imbarazzante.
Era più alto della sua età e piaceva alle ragazzine. Ma quando Fatuma lo scherniva per questo lui tornava bambino e niziava a sbuffare chiudendosi in se stesso. Akhram non si trovava ancora a suo agio in mezzo ad un sacco di ragazzette che mettevan su forme smaliziate.
Gustarono quel gelato nel fresco della terrazza buona cullati dalla brezza del tardo pomeriggio e l’odore di cucina che si spandeva dalle mille bettole giù in strada.
Poi Malik introdusse un argomento che gli stava a cuore e desiderava sapere cosa ne pensava lui.
La prese un attimo larga e parlava rivolto verso la libreria.
Tirò via un volume alto dalla copertina ocra e girandosi gli chiese cosa ne pensi della compassione?
Akhram lo guardò sibilino e ci pensò due minuti e poi recitò quasi sotto voce.

Un uomo stava morendo di fame
Arrivò un altro uomo che aveva poco cibo
Quando lo vide iniziò a dividere
per due quel poco che aveva
Perché lo fai? Chiese il moribondo
Perché senza Te non esiste Noi. Rispose Lui.

(Akhram)

Quando oramai si avvicinava la fine dell’anno con la sua orgia di risate e festeggiamenti Fatuma iniziò a sentirsi male. Distesa su un letto a sudare capì che stava succedendo qualcosa di poco bello.
Da quella splendida mamma che era non lasciò che Akhram intuisse come stavano realmente le cose.
Il dottore le aveva diagnosticato qualcosa ai polmoni e prescritto qualche medicina ma i venti dell’oltretomba iniziarono a fischiare intorno alla sua casa.
Akhram invece aveva capito tutto. Come sempre.
Passava discreto le giornate seduto al suo capezzale a leggere o ad asciugarle il sudore o a portarle dell’acqua. Ogni tanto lei gli sorrideva e gli sistemava con fatica quei bei capelli che tutti invidiavano.
Lui abbozzava un sorriso e le sussurrava non ti preoccupare mamma che andrà tutto bene.
Quella notte Fatuma pianse finchè non si sentì svuotata. 
Ossessionata dall’idea che se moriva Akhram si sarebbe trovato solo.
In quei giorni si ritirò ancora più in se stesso.
Sigillò l’ultimo bottone della sua corazza invisibile trasformandola in una difesa impenetrabile. Ma ebbe tempo e modo per notare nei gesti dell’ordinarietà un refuso di immortalità. 
Quasi sacro.
E comprese che l’eccezionalità era soltanto il compendio e il compenso di questi piccoli gesti.  
E contemplando l’essenza della vita quasi a sfiorarla si incastonò uno spazio nelle sue pieghe.
Minuscolo e modesto. 
E fu in quel perimetro che trovarono riparo e conforto i suoi sentimenti e le sue cicatrici.

La condivisione è il prezzo
che si paga per capire qualcosa
La solitudine è il prezzo
che si paga per capire tutto

(Akhram)

La Nera Signora se la portò via l’ultimo giorno dell’anno dopo un agonia che rimase stampata negli occhi di Akhram per il resto dei suoi giorni. Il dottore aveva sbagliato a prescrivere i medicinali e Fatuma peggiorò rapida e si spense quando il cuore e i polmoni cedettero sotto l’affondo del destino e della stupidità umana. Ed Akhram non versò una lacrima. Assistette a tutti i preparativi e alla funzione senza batter ciglio stretto in mezzo ai parenti segnati dalla perdita.
Perché Fatuma era un po’ il punto di riferimento del clan. Donna svelta e snella con un passato da gran bella femmina. Intelligente e poco incline a recitare la parte della donna musulmana dimessa. Nessuno si ricordava di averla vista chiusa dentro un burqa e più di un uomo aveva dovuto farci i conti ed abdicare davanti alla sua lingua tagliente e ai suoi modi decisi che intimidivano. Signora di vita che aveva pure viaggiato per il mondo sapeva dare buoni consigli filtrando la realtà con occhio disincantato e libero dalle censure della religione.
Fu una gran perdita per tutti.

Kassim partecipò alla funzione un po’ in disparte ostaggio di un dolore raro. Si erano amati tanto lui e Fatuma. Insieme a lei aveva imparato la forza dell’unione e l’impegno e la dolcezza che questo comportava. Fu sopra l’ultimo fiore che lasciò cadere su quella terra amara che si giurò mai più. Akhram quando lo vide si avvicinò e si aprì in un mezzo sorriso dai contorni tristi.
Kassim gli allungò un foglio e lui aprendolo lesse ad alta voce.

Gemma di carne
Rosa di sapere
Seta di speranza
Crisalide d’amore
Graffio doloroso

(Kassim)

Finì di leggere e lo abbracciò con una forza disperata. Poi finalmente si sciolse e pianse.

Diversi anni dopo usciva dal portone del liceo avvolto dal piacere della calura di quella splendida giornata primaverile. Era cresciuto e si era allungato molto ed era pure snellito ed era diventato ancora più bello.
Se mai ce ne fosse stato bisogno.
Viaggiava su uno scooter ordinario ed era circondato da un’energia impercettibile.
Come se un angelo vegliasse la sua persona e gli trasmettesse una serenità che si avvertiva nettamente.
Oramai viveva in Italia da diversi anni presso la sorella della madre che dopo la sua perdita si era fatta in quattro insieme al marito per portalo a vivere con loro.
All’inizio Akhram era stato molto titubante ma poi aveva accettato sotto il peso della logica e degli eventi.
Un lungo viaggio inizia con un passo - Scrisse prima di partire nel suo quaderno di poesie. - Ma dopo quel passo sarà bene controllare che la suola delle scarpe sia buona. Casomai il viaggio fosse troppo lungo.
Fu l’unica poesia che scrisse con un sorriso e l’ultima di tutta la sua vita.

Nel parcheggio della scuola si radunavano piccole tribù a detonare e a scherzare e a smontare in ogni dettaglio la lingua italiana in uno svolazzo di gesti e riti e codici che a loro soltanto appartenevano e che il mondo là fuori ancora non poteva decifrare.
Akhram sistemò con cura i libri e gli appunti nel bauletto e si sedette sul suo scooter mentre scorgeva avvicinarsi uno sepolto sotto uno zaino sproporzionato pieno di libri e strumenti quasi fosse uno sherpa.
Giovanni cosa combini oggi di bello?
Domandò all’amico secchione temerario nello studio quanto imbranato nella vita.
Eh che faccio. Provò a sorvolare. Studio. La vita è dura.
Rispose tristemente. E tu?
Io invece vado a farmi una bella passeggiata fino a quella vetta.
Rimandò sereno indicando il promontorio che circondava la valle tutto intorno.
Perché? Chiese l'amico.
Perché ne vale la pena.
Rispose sorridendo.


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