mercoledì 26 dicembre 2018

La Straordinaria Vita Di Un Coglione Qualunque #3





capitolo tre

"La disillusione della scuola, la magia del sapere 
e l'anarchia al potere"

La mia carriera scolastica, breve ma incisiva, ha conosciuto vette e picchiate che solo la bulle du Mississipi del 1720 che fu il primo disastro finanziario di quella che poi sarebbe diventata La Borsa, lo sgarro della CIA quando l'11 settembre autorizzò, facendoselo poi scappare di mano in un attimo, quel disastro cinematografico delle Torri e l'eliminazione dai Mondiali russi della Nazionale hanno saputo superare in grafici disastrosi lasciando persino traccie più incise del sottoscritto.
Come il canovaccio della mia vita ad oggi sono partito benissimo ed entusiasta eccellendo sulla plebe mia pari da subito, ho sintonizzato una pax sociale che accontentava tutti, o gliel'ho data a credere, e quando quelli della mia cerchia oramai erano persuasi che sarei diventato qualcuno e il volgo annuiva convinto, ho mandato tutto a puttane nei canonici tre mesi a me molto congeniali come tempistica e effetti collaterali.
In toto ho frequentato, con gloria, pagelle fluorescenti e, in tutti i sensi, guerre di classe:
-Elementari
-Scuole medie
-Istituto di ragioneria (un anno)
-E poi diritto in fabbrica

Ma partiamo dall'inizio e chiariamo subito un punto.
Ai miei tempi le scuole erano un'altra cosa rispetto ad oggi.
Oggi uno se vuole va a scuola, spaccia nei bagni e nella ricreazione, spinella senza un domani, se c'è tempo fa sesso con la sbarba dai capelli turchini e quando rientra in classe da due scappellotti al prof e posta il video sui social.
Nel '70 c'erano delle gerarchie un attimino più rigide.
L'insegnante era un'Istituzione a tutti gli effetti, anche se capitava, eccome!, di parlare di cinici umanoidi senza dignità e presidi in odor di pedofilia, ma un bidello qualunque valeva un appuntato dei caramba anche se diverse miglia sotto il farmacista. I compagni di scuola più grandi potevano tranquillamente abusare di bullismo e maschilismo a piene mani nell'impunità più totale questo è vero, anche se poi tutto era bollato come in buonafede o comunque ragazzate, e quindi l'aspetto pedagogico ed i protocolli sociali erano, visti con gli occhi digitali di oggi, obsoleti, patetici, retorici e dannatamente pericolosi per la salute dell'alunno in vena di Sapere ma senza santi in Paradiso ne tessera di Partito. Ne consegue che se avevi un minimo di senso esegetico e un po' d'amor proprio uscivi da lì con l'idea che fosse tutta una merda.

Poi uno arriva al giorno d'oggi e scopre che la scuola fa più schifo di allora, che i prof fanno per lo più cagare come allora e chi ci prova ad essere migliore lo fottono, che gli alunni sono stronzi poco più di ieri e i genitori li giustificano pure, e che l'Homo Sapiens medio del prossimo millennio sarà un ignorante di proporzioni bibliche, vivrà con il cervello infilato dentro uno schermo da due pollici in un mondo digitale di cui non conosce, sicuro del contrario, nulla ma proprio nulla, e tutti vivranno con la sensazione che i suggerimenti di Google e i post di Facebook siano il terzo segreto di Fatuma.
Fino alla catastrofe, chiaro.

Altra questione.
Malgrado i tempi economici di questa splendida era siano cambiati condizionando le scelte arbitrarie più banali, c'è qualcosa che non torna.
Per esempio, io vivevo in un paesello di tremila anime dove c'erano tre sezioni sia alle elementari che alle medie tutte belle rimpinzate di alunni.
Sarà quindi una banalizzazione forse, ma a differenza di oggi, a quei tempi, del benedetto accoppiamento e tutte le sue implicazioni riguardanti inutilmente amore, onore, coppia e matrimonio se ne chiacchierava poco e sottovoce ma si praticava di più.
E anche se quell'accoppiamento era sempre contestualizzato nell'innaturalezza della monogamia, tutto funzionava perché unanimemente accettato come condizione naturale.
Fuori dai quei recinti tutto diventava, per la disperazione dei più e per la gioia di alcuni, esplicito peccato.
Nell'epoca attuale, quell'evoluzione lì, si è arenata sul concept coppia e nel parlare sempre di consapevolezza di pariglia e erotismo correlato da sopra e da sotto, di disinibizione e tabù, delle nuove frontiere di orgasmi vaginali e perianali, della consapevolezza del corpo e i benefici del sexy toy, delle coppie aperte, quelle timide e quelle spalancate, della patetica e molto discutibile effige del meetoo, del farlo etero, gay, bisex, sadomaso soft o -rivendicandone poi persino la privacy senza vergogna come una zittella di mezza età- con qualche fascista potente di turno come la compagna Luxuria, che è diventata niente di più -e a spese nostre- la Orfini dei transgender.

Ma quando si arriva al dunque, tutti/e pretendono quella monogamia irrazionale che li riscaraventa al periodo d'oro di Bobby Solo. Che poi è il posto da dove sono evaso io.
Ed è di rilevanza antropologica che oggi al mio paese fanno fatica a metter su un paio di classi e se questo succede ringraziano i Mutu e i Ganesha.
Non si fanno più figli ma tutti continuano a menarla con la monogamia e con il suo valore intrinseco dando unanimi la colpa della sterilità ai tempi incerti, al buco dell'ozono e all'olio marocchino.
Quando oramai è palese ed eclatante il fallimento dell'esclusività sentimentale con annessi e connessi.

Comunque. Come ricorderete, sapevo un po' leggere, scrivere e far di conto.
Aggiungiamoci pure che in qualche maniera il mio lato selvaggio era stato domato e interiorizzato quanto bastava per passare per un bravo bambino, e come risultato avremo che fu un gioco da ragazzi diventare uno dei coccoli della maestra, essere benvoluto da tutti e far la parte del capoclasse come un attore navigato conquistando cuori femminili di bimbe autoctone del paese fino a quelle delle frazioni.

A dir la verità, checché la racconti, non ho molti aneddoti nei miei ricordi di quel periodo malgrado fossi grandicello. Spezzoni vaghi. Frammentati. Un bel dieci in italiano per il tema su “racconta il tuo paese” dove non solo esponevo sensazioni e concetti, ma feci un solo errore grammaticale dimenticando un'acca su una vocale un po' come la Nella che quando la vidi cerchiata in rosso per poco non bestemmiai.
Il maestro della sezione B che ad un mio amico, nell'impunità più totale, lo chiamava alla cattedra per fare l'imitazione e il verso del barbagianni umiliandolo divertito, dello scoprire che lo sport mi appassionava e iniziai, con ottimi risultati, a giocare a calcio, a sciare, a tirar di tennis e a nuotare con stile. Del disagio misto alla lusinga da maschio che iniziavo a provare per l'attenzione delle mie coetanee ma con Rossella tarlo nella testa, anche se ancor per poco. Della maestra, la Bargigli, che era una zittellona un po' bassina e in gamba, con una morale dignitosa, che amava i distillati a dovere, intelligente per il periodo e efficacemente sarcastica fino al cinismo senza mai strabordare e che ci preparò tutti al meglio per il futuro prossimo che ci aspettava. Del gusto che provavo a scrivere e a leggere, mentre far di conto mi è sempre stato di traverso. Di come stessi vivendo un momento storico che doveva cambiare il mondo ed invece ne segnò soltanto l'inizio della fine. Della mia sgangherata famiglia rinchiusa in quella maledetta bottega a pagare i debiti e di un piccolo ragazzetto con i capelli lunghi che si preparava per le scuole medie con tanti dubbi e nessuna certezza, ma determinato a vincere iniziando dall'oblio degli esami finali che mi premiarono, tra le lacrime della santa donna, con una pagella che strabiliava chi chessia.

Le scuole medie sono state però il mio paradiso accademico.
Se superati i cinquanta mi hanno pubblicato report e riflessioni trattato quasi come un intellettuale, se il mio blog di viaggi e cazzi miei nel suo splendore contava più di diecimila contatti, se il libro sulla mia esperienza in Kenya non ha riscontrato vendite ma apprezzamenti meravigliati da tutti e se adesso sto scrivendo un best seller, le basi, a differenza delle vostre inutili lauree, sono nate in quei tre anni lì.
Poi, accademicamente parlando, il buio. Ma ben conscio della qualità della farina del mio sacco.

Intanto, lo dico per gli innumerevoli invidiosi, ero nella sezione A.
A quei tempi la sezione segnava un po' anche il tuo futuro scolastico, sociale, morale e scopereccio.
Ce ne erano tre.
Secondo una cinica legge non scritta di allora nella A andavano i più bravi e quelli raccomandati tipo il figlio del farmacista e del maresciallo che sarebbero poi finiti al Classico o allo Scientifico.
Nella B quelli bravini e quelli bravi che avevano dovuto lasciare il posto ai raccomandati di cui sopra che sarebbero poi andati a Ragioneria o a Segretaria D'azienda.
Nella C i capoccioni che poi smettevano trovandosi un lavoro o andavano al Tecnico.

Fa un po' ridere e un po' incazzare raccontarla così ma funzionava davvero così.
E comunque non stupisca. Era solamente l'antefatto delle basi programmate di quel Classismo che ci attanaglia dal Medioevo e che fino ai giorni d'oggi non ha trovato soluzioni ma solo tumori e cancrene.
Poi hanno scoperto che l'aspettativa di istituzioni e familiari poteva essere disattesa con trent'anni di ritardo chiaro. Che c'era una sana possibilità di ritrovarti il capoccione che con un paio di sbalorditivi steep saliva di grado. E che non era insolito incontrare poi coetanei che erano in C e adesso sono ingegneri spaziali e bischeri come me che erano in A e oggi sono mediocri operai, oltre che mediocre persone. Ma le leggi sociali di allora erano queste e anche se puzzavano di fascismo fino a là, andavano bene a tutti. Compagni compresi, dato che al mio paese erano tutti comunisti tirati a lucido.

Per la prima volta avrei avuto diversi professori e professoresse sui quali giravano leggende e aneddoti da far impallidire il Batman.
Qualcuno sosteneva che quella di matematica della C era una strega che ballava nei boschi nelle notte di luna piena succhiando sangue ai pipistrelli. Altri che quello di Italiano in B mangiava per le festività i bambini poveri. Affermazioni queste che creavano distonia e tensioni tra i favorevoli a prescindere e chi le marchiava come una cazzata fotonica.
A parte quella sul bidello che faceva la cresta sulle pizzette che ci ordinava per la ricreazione.
Ecco, quella a dire il vero trovava concordi in maniera trasversale anche i più onirici e i razionali.
Ma per lo più erano scemenze.

Per quanto mi riguardava la formazione dei professori scendeva in campo con:
-Il professor Morrone. The Master.
Il Professore era quello più importante: Italiano.
In due lezioni arrivai quasi alla venerazione. Come insegnante e come uomo. Vecchio democristiano benestante e di ampia cultura, sapeva interagire con tutti dal recinto di una borghesia agiata e un po' annoiata. Forse per questo era sempre a fare il cascamorto con quella di Disegno, e secondo me c'avevano pure una tresca clandestina.
Fu lui che mi iniziò alla poesia e alla lettura insegnandoci a recitare La Divina Commedia e ad analizzare Calvino e a spingerci a ragionare su come si viveva a quei tempi per capire meglio. Al gusto della parola scritta, incoraggiandoci con temi arditi per i tempi a scavare dentro di noi. E a me personalmente insegnò, senza volerlo, che se sposi una donna che non ami, poi rischi di vivere di rimpianti tutta la vita.
Non stupirà quindi che al Professore gli ho sempre voluto un gran bene che ha sempre ricambiato al netto anche nei lustri che vennero. E sin quando non è morto, anche se potevano passare anni, se andavo a trovarlo mi accoglieva con grandi sorrisi e un'emozione palpabile, che era una roba che non solo mi piaceva, ma mi lusingava.
Si complimentava per i miei report dall'Africa che leggeva nel seguitissimo mensile della vallata un po' per darmi sorridendo un bel voto quando mi avrebbe incontrato, e un po' per sognare un mondo che il suo agio e benessere non gli avevano mai concesso. Mi chiedeva sottovoce come erano le negre a letto con interesse e con sguardi bonariamente invidiosi, e poi arrossiva quando l'aggiornavo su mio figlio cappuccino di 5 anni che quella negra di sua madre aveva partorito malgrado il mio amore e un po' di disappunto e poi, scusandosi con uno sguardo vero, tornava a incoraggiarmi a dare il meglio di me e a non deluderlo stringendomi forte il braccio e fissandomi quasi commosso, che penso sostituiva nel gioco dei ruoli un abbraccio tra galantuomini che giusto dieci anni fa veniva percepito come inopportuno.
Un uomo d'altri tempi, si direbbe oggi.

-Pierino di Applicazioni Tecniche, che ci insegnò ad usare il seghetto e il compensato e ci spiegò con tanto di esperimento come funziona una dinamo e che cos'è l'AC/DC.
Anche se diversi anni dopo scoprii che non era stato troppo sincero trattandosi non solo di fili da collegare nel modo giusto sennò ci rimani appiccicato, ma di una delle più grandi rock band del pianeta e universi limitrofi.

-Quella di Disegno. Che era eterea, angelica, sinuosa, delicata come un cristallo, bella come le dame di una volta con i lunghi capelli neri e poco trucco e, per la gioia dei più che ci volevano provare, zitella benestante per davvero (anni dopo passai ad Anghiari a trovarla quando il tempo aveva spinto me in giro per il mondo e lei verso delle rughe che mal celavano i rimpianti, e viveva in una villa signorile e fu felicissima di vedermi).

-Spina, quello di Musica, che ci insegnò il do-do-sol sol-la-la-sol con il flauto e poco altro ma era simpatico davvero anche se, e si vedeva, oramai preferiva un bel piatto di carbonara ad un fraseggio dell'oboe di Mario Arcari.

-Il prete del paese per l'ora di religione, che era così grasso che lo faceva sudare persino parlare e che faceva a gara con noi a chi era più scoglionato durante la sua unica (per fortuna) inutile ora di minchiate.

-Di matematica, giuro, mi ricordo solo che era un quello. Poi il buio.

-E per finire il mitico professor Zavagli di Ginnastica (detta anche, come cultura fascia comanda, Educazione Fisica), che dato che con lui ti divertivi e basta, era il più amato di tutti.
E lo Zavagli mi ricorda due aneddoti nitidi ed abbondanti che vado a emancipare.

Il primo. Non so oggi come funziona con voi intelligentoni, ma ai miei tempi nelle scuole medie si svolgevano i Giochi Della Gioventù, che si basavano su prestazioni per lo più di atletica. Lo so che può far quasi ridere parlare di queste cose ma a quei tempi una medaglia lì ti poteva cambiare la vita.
Personalmente in tre anni ho raccattato un misero bronzo nel salto in alto e poco più.
Tra le tante discipline c'era anche il lancio del peso, che chiaramente era rivolto ai più muscolosi e forti.
Ricordo ancora quando lanciò il mitico Occhio, che era figlio di agresti ed aveva un fisico molto sviluppato per l'età e una forza fuori dall'ordinario. Il suo lancio fu da record.
Lanciò il peso davvero lontano. Troppo.
La bestia fatata volle che in quel preciso momento passasse di lì una ragazza che doveva partecipare ad una corsa dall'altra parte del campo. La centrò in pieno nella tempia.
Quando stramazzò a terra tutti pensarono che era morta. Ho nell'archivio fotografico dei ricordi lei inerme con gli occhi girati.
Ci fu un panico totale. L'impreparazione dei professori ad un opzione così spaventosa e forse neanche messa tra le variabili possibili, i mezzi di soccorso non certo rapidi ed efficienti come oggi, la paura e il caos tra gli alunni. Furono momenti davvero drammatici.
Ricordo che nei giorni successivi giravano tutte le voci possibili sul suo stato.
Di sicuro era in coma e si doveva aspettare. Ma alla fine tutto andò bene.
Non morì ne riportò deficit.
Anzi, diventò persino eccentrica e negli anni della fricchettonaggine che ci accomunò si fidanzò con tale Enrico di Firenze, che era un tipo simpatico, capellone, fricchettone a palla, scannarolo e che suonava la chitarra con un gruppo di scappati di casa come me e lui, che eravamo buoni amici e in ottimi rapporti, ai quali organizzavo concerti di poco successo nelle mie zone. Quel gruppo si chiamava Vidia e Blow Up era una ballad che adoravo e ancora oggi canticchio sotto la doccia.
Va da sé che dieci anni dopo tale Enrico di Firenze, tra una percezione e un bada lì, intendendo di me sbarbotto da nulla e di getto di Enrico più lucido sul pezzo ma a coprirci le spalle un libanese giallo che a quei tempi piegava i ginocchi ai berberi, è diventato Enrriquez della Bandabardò.

Un'altra si collega sempre ai Giochi.
Quando eravamo in terza, per la prima volta, fu inserito tra le discipline anche il calcio.
Giubilo totale. Sogni di gloria a nastro e problemi nuovi ancorati a quelli vecchi da risolvere.
Il primo. In quella scuola andavano gli alunni di due paesi confinanti che si odiavano senza se e senza ma. A nessuno passava neanche per l'anticamera del cervello di sporcarsi con quegli infami dei vicini.
Così fu deciso che si sarebbe disputata una partita tra due squadre del medesimo istituto per stabilire chi sarebbe andato poi a giocare la sfida Provinciale.
Nei bar dei due paesi non si parlò d'altro per settimane tra probabili formazioni, tattiche e pronostici.
Ricordo nitidamente che si giocò di domenica mattina che si doveva finire prima della messa delle 11 (una volta funzionava così) davanti ad un campo sportivo gremito in ogni dove avvolto da una giornata primaverile limpida di sole.
La nostra era una buona squadra ed io ero il regista con l'onore e l'onere della fascia di capitano. Ma anche loro avevano una bella squadra. Li conoscevamo bene e loro noi dato che nei campionati giovanili ci eravamo già scannati diverse volte in derby infuocati.
Fino all'80esimo la partita non si sbloccò. L'equilibrio regnava ma l'ipotesi di andare ai rigori avrebbe favorito loro che avevano un portiere molto bravo.
E poi successe. Lo ricordo come fosse ieri.
Presi palla a centrocampo tirandola via dai piedi di Cinciuè, che era il Gigi Maroni degli avversari e che purtroppo è morto già da tanti anni, scartai due difensori in scioltezza e mi ritrovai sulla linea di destra della loro area in velocità e con la palla sul mancino, il mio piede buono.
Tirai una bomba. E quella andò a infilarsi precisa sotto il set.
Vincemmo 1-0 e fui portato in trionfo dai miei compagni.
Il giorno dopo a scuola eravamo tutti belli gonfi e goliardici fino alla nausea con i cugini dalle orecchie basse, le bimbe ci fantasticavano come i cavalieri di Re Artù di ritorno dalla battaglia e il mondo ci sorrideva benevolo facendoci sognare un futuro radioso.

Finché non arrivò il professore a darci la tremenda notizia.
La formazione della prossima partita, che era decisiva e che si sarebbe giocata in campo neutro nelle zone del basso aretino, sarebbe stata selezionata tra i giocatori dei due paesi.
Panico totale. La reazione fu scontata e pure prevedibile: banchi e armadietti usati come barricate, molotov e cimose che volavano in ogni dove, bestemmie a grappolo e slogan contro il potere costituito con cariche e lanci di fumogeni dei celerini accorsi in tenuta anti sommossa.
Ma alla fine vinse il professore. E tutti ingollammo il rospo.
E devo ammettere che venne fuori una gran bella squadra.

L'incontro si giocò vicino ad Arezzo in un campo infame che penalizzò la nostra tecnica nettamente superiore alla squadra avversaria, ma il supporto di due paesi che si presentarono in blocco a incoraggiarci fece la differenza. Vincemmo 1-0 e staccammo il biglietto per andare a giocarci in quel di Firenze contro una media di Pistoia il titolo Regionale. E quando il professore ci disse dove avremmo giocato quella partita non credemmo alle nostre orecchie:
Nel centro sportivo di Coverciano. Campo centrale.
Mi sentivo già il nuovo Antonioni e mi sognavo a guidare duetti costosi vestito di lusso.
La prendemmo tutti troppo sul serio. Persino il professore che pianificò tutta una serie di allenamenti non contemplati e si mise a parlare come Arrigo Sacchi un po' con tutti.

Il giorno che entrammo a Coverciano ce l'ho ancora stampato negli occhi.
Campi ricoperti di manto erboso perfetto e con le linee fatte dritte. La nazionale russa che si allenava nel campo adiacente al nostro. Palloni di cuoio veri in ogni dove a disposizione di tutti.
E poi gli spogliatoi. Sembravano la reggia di un Marajà.
Ridete ridete.
Ma provate a immaginare una ventina di ragazzotti di campagna abituati agli spogliatoi del paese dove se non eri un pò furbo facevi di sicuro la doccia fredda, che quando era domenica ti toccava un po' di the caldo se non eri tra gli ultimi, che l'olio canforato te lo compravi se lo volevi usare e il massaggiatore era una figura che vedevamo a 90° minuto la domenica e morta lì, fateli entrare in uno spogliatoio grande come un albergo dove ognuno aveva il suo armadietto, sedia e lavandino per lavare le scarpette, dove c'erano una ventina di docce allineate che sparavano acqua bollente, come fu subito accertato dal figlio del trombaio che stava sempre in panca ma di quelle cose ci capiva, con un tavolino pieno di roba da bere fumante e da mangiare allettante e, udite udite, finanche la piscina.
E quindi capirete perché i livelli di dopamina sfioravano l'orgasmo.
Fu la piscina in particolare che ci fregò con il senno di poi.
Sognare di buttarsi in vasca dopo la partita ci deconcentrò un po' a tutti.

L'altra squadra era fortissima. Erano grossi e avevo volti sicuri.
C'erano tre che gravitavano nelle nazionali giovanili e venivano indicati come futuri professionisti e avevo i massaggiatori che li preparavano mentre noi ci scaldavamo intimiditi su e giù per il campo che ci fecero sentire a tutti proprio degli sfigati.
Ma combattemmo con il coltello tra i denti e vendemmo cara la pelle.
Alla fine perdemmo 1-0 per un gollaccio al 90° grazie ad una clamorosa papera del nostro portiere, il Bentivoglio. E non è certo un caso che ancora oggi quando lo incontro, di rado per fortuna perché è veramente insopportabile, scopro che mi sta sulle palle pari pari come allora.
E non ci fecero nemmeno riempire la piscina, quelle merde.

Ma torniamo alla peculiarità crismica del fare scolastico.
Stavano arrivando gli esami finali e l'eccitazione era palpabile in ogni dove.
Il balzo in avanti che stavamo per fare ci avrebbe proiettato nelle scuole dei grandi, mentre i brufoli abbrutivano i visi masti e la mascolinità creava goderecci pruriti al basso ventre mentre le bimbe iniziavano a fare i conti con quel fantastico regalo evoluzionistico che è il mestruo e tette di tutte le misure fiorivano in una costante escalation a volte con imbarazzo ma più spesso con estrema disinvoltura e ammiccamenti. Con il contorno delle BR che sequestrarono Moro.

Ma io, malgrado tutto questo bailamme, ero concentratissimo solo ed esclusivamente sullo studio.
Adoravo studiare.
I miei erano sempre fuori casa quindi potevo dedicarmi ai libri senza sentire litigate, paternali e nervosismi che mi deconcentravano e impermalivano. Avevo le idee chiare su cosa avrei preparato e presentato all'esame, dove i professori mi dettero campo libero di portare cosa volevo, tutti sicuri -io un po' meno a dire il vero- che sarebbe andata benissimo.
Andò a finire che preparai quegli esami come un piccolo Pennac degli Appennini.

Ricordo come una visione che dopo i risultati degli scritti, che io non conoscevo ma intuivo dagli sguardi benevoli del Professore e gli altri, quando affrontai gli orali c'erano tutti, dico tutti, gli insegnanti dell'istituto. Alcuno è ancora vivo quindi può confermarlo.
Spaziai dalla storia egizia spiegando Piramidi, Sfinge e l'importanza del Nilo e spostai con un balzo la faccenda sulle centrali elettriche e il loro funzionamento, tirai una disquisizione sul Cavaliere Dimezzato che quasi avrei potuto riscriverlo lì, poi passai agli Unni e a tutti i Barbari, che mi garbavano parecchio di più dei Romani che eran sempre inquadrati e vestiti uguali e ti facevan venire due palle così mentre loro erano sempre selvaggi, incazzati neri come piace a me e con i capelli lunghi che io sfoggiavo già all'asilo, e la finii in un crescendo mozartiano con la Divina Commedia che fu l'argomento a piacere, dando persino le spiegazioni su cosa voleva dire Dante, e recitai estese quartine dell'Inferno in scioltezza come cantassi Furia Cavallo del West nello strabilio totale.
Mi dettero il massimo dei voti chiaramente: Ottimo.
Come al figlio -raccomandatissimo e consapevolissimo del privilegio e molto saccente nella sua inutile intoccabile illibatezza- di quella merda del nuovo maresciallo dei caramba, che già mi aveva puntato con l'obice, e fui indirizzato senza se e senza ma verso il liceo classico, ancor poco consapevole e con poca immaginazione che la bestia buona che dimorava in me stava uscendo dal letargo per pretendere oboli in dolore, fiorini metafisici e, più che altro, ruggiti che dovevano annientare tutto e tutti. Indistintamente.

Chiaramente non andai al Classico e men che meno allo Scientifico.
Lì ci andavano tutte le ragazze con l'astuccio e i capelli perfettini e gli sfigati ed io ma manco per niente.
Scelsi Ragioneria.
Semplicemente perchè ci andavano tutti i miei compagni della squadra di calcio, solo per questo.
E non fa più notizia che ero nella sezione A e che per il primo semestre fui un'eccellenza della classe.
Ma la bestia buona oramai aveva trionfato, ed io mi adoperai per assecondarla su tutto anche se all'inizio ci cascai nella trappola della scuola come dovere essenziale e istituzionale pari a una pera.
Ma oramai la pera stava arrivando alla frutta, e comunque di sicuro era cotta.

Così mi impegnai studiando inutili e mistificatorie lezione di Storia che ci ha raccontato cazzate immonde -tipo la scoperta dell'America-, che in realtà altro non è stato che un atto di guerra e invasione contro popoli che erano nati e vivevano lì pacificamente o scannandosi tra loro da secoli.
Accettato di studiare e far sfilare come eroi gente che erano solo assassini, sterminatori e stupratori come Velasquez ed il suo esercito con il codazzo di missionari che in dieci anni hanno annientato culture come quelle Maya e Inca che prosperavano da un'eternità. E includere, al culmine dell'indecenza, quell'altro sicario di popoli col nome a cazzo di cane, Cook, che scoprì invece l'Oceania importandoci violenza, avidità e sifilide -roba da caucasici che fino ad allora erano sconosciute alle popolazione autoctone- per trasformarla in un penitenziario anglofono, depredarla di tutto e passare poi da prode in patria nella mezzadria di saccenza e voluttà.
Feci finta persino di bermi la buggera che i Medici erano dei benefattori e fatta grande Frittole, quando in realtà sono stati solo dei perfidi usurai malati di potere come un nano qualunque e che quel Duomo, il Davide -quello finto e quello vero, che poi son spicciccati uguali- e altre splendide e univoche bellezze della mia città d'adozione, erano soltanto l'altra faccia della medaglia di un potere sanguinario, laido e vigliacco.
Mi toccò pure bere come una birra sgassata, nel silenzio inconsapevole di tutti, che Achille era un mezzo dio guerriero quando invece era solo un altro omicida che si incaprettava a vicenda col cugino.
Ma questo non si doveva sapere e men che meno dire perchè nei libri non c'era.
E scoprii che affermare che Michelangelo era un genio portava un ottimo voto.
Ma affermare che era anche un convinto pedofilo ti faceva spedire dritto dal preside con una bella sospensione e il dileggio catto-comunista di istituzioni senza un briciolo di dignità.

Detti persino soddisfazione a quella demente di Geografia, la Casi -che a dargli della demente gli facevi pure un complimento- e studiai tutte le cazzate che anche lì andavano come il pane, imparando inutilmente quanti abitanti contava Caracas allora e che c'erano il Polo sut e supr, ma impedendo alla fessa di cui sopra di inculcare nella mia mente il concetto di confini.
Tanto che poi, quando da bravo ragazzo diventai in tre giorni un drogato, litigammo di brutto appena provai a porre il dubbio sul perchè nei paesi caucasici i confini erano strambi e contorti, quando invece nei paesi del Medio Oriente eran tutti asettici quadrilateri. Chiaramente non seppe rispondermi, ma capì che io conoscevo la risposta, e si infuriò usando quel patetico potere che il ruolo le concedeva.
Da quel giorno in poi lei entrava in classe per la lezione ed io uscivo a far due ore di chiacchiere con il mitico bidello Nottoli. Un grande piccolo uomo, tra parenesi.

Con la Tafi, quella di Italiano, non ci fu invece nessun problema.
Con lei mi trovavo molto bene e ancora oggi penso che per quegli anni veleggiava con concept di studio molto avanguardistici e riconosco che mi ha aiutato -e tanto- ad avere più consapevolezza delle mie capacità e a fidarmene sopratutto.
Una brava donna, intellettuale sul serio e di famiglia agiata, senza i pruriti del classismo e che amava il suo lavoro e i pischelli che si ritrovava in classe. Indistintamente.
La porto nel cuore, a differenza di quella ciofeca di depressi che era la ciurma dei cosiddetti professori.

Con quello di inglese invece, il Pierotti -che cito con degno disprezzo-, ci litigai subito portandomi avanti con i lavori. Un uomo matupito dagli eventi della vita e della prostata che ci trattava a tutti come gli asinelli del Paese dei Balocchi per principio.
Infatti con lui non ho imparato una parola di inglese.
L'ho imparato poi da solo, quando mi ritrovai a viaggiare in India con un piccolo vocabolario, e perfezionato poi in Kenya dove ho imparato pure a scriverlo.

Perchè di punto in bianco ero cambiato diventando da bravo ragazzo un tipetto da manette?
Si chiesero tutti, compresa la santa donna oramai rassegnata.
Perché era successo qualcosa. Chiaramente.
Un qualcosa che aveva tre nomi: la Conoscenza, la Gnocca e i Rolling Stones.
Anzi quattro, dimenticavo le Canne.
Ma nel prossimo capitolo approfondiremo il tutto.

Andò a finire che fui bocciato con tutte insufficienze, anche ad educazione fisica dato che non mi ero mai presentato ad una lezione, a parte, -chiaramente- un bell'otto in italiano che la diceva tutta.
Un mese dopo mi ritrovai alle sei del mattino davanti al bar del paese con altri quattro bischeri come me ad aspettare il pulmino che ci avrebbe portato in una cementeria vicino a Firenze dove avrei iniziato a far finta di essere un metalmeccanico. Tenendo nella mano destra, quella balorda, la borsa con la garitta di pasta già stracotta e la braciolina sotto pari ad una suola di ciabatta, e nella sinistra, la mano buona e con una presa ben sicura, Teresa Batista è stanca di guerra.

lunedì 17 dicembre 2018

La Straordinaria Vita Di Un Coglione Qualunque #2



capitolo due


"Dell'asilo e delle suore, per non dire dell'amore"

Poi il tempo delle pappe infantili finì e iniziò quello delle novelle contemporanee.
Forse non tutti conoscono la fake news di quel giorno piovoso dell'estate del 1968.
Mentre sul palco per l'ultima esibizione di Woodstock stava salendo Jimi Hendrix per scaraventare il rock vent'anni più avanti con quell'assolo di Span Spangled Banner che smascherò l'inno americano davanti a quattro gatti ma ghiotte telecamere in un oceano di spazzatura che svolazzava per le hills, in un anonimo paesello degli appennini toscani un piccolo marmocchio ameno e magro, sguardo da bel tenebroso, con i lunghi capelli castani inselvatichiti dal blood in the wind e i jeans Roy Rogers stropicciati bene saliva, trascinato in catene, le scale dell'asilo.
Trascinato in catene, ripeto.
Farà strano ma la leggenda stavolta si squaglia nella realtà.
Io piuttosto che andare all'asilo sarei andato a fare anche il lavapiatti a Manaus. Per dire.
Ma i Miei non sentirono ragioni e poi ancora non avevo il passaporto.
Fu così che con un grembiulino azzurro a scacchi bianchi (inguardabile) mi apprestai al primo giorno e mi ritrovarmi nella perplessità incazzosa più totale esuberato da bambini barra bambine che, le bambine con tonalità rosa sfigate, piangevano senza remora aggrappati a chichessia, con madri sovreccitate che entravano in trip agonistico creando probabilità, imprevisti e incongruenze, con suore un po' ansiose e a corto di battute da ma Don Matteo dice e necessitanti di un paio di bicchierini di distillato e poi Lei.
Rossella.
Un pezzo di topa alta più di ottanta centimetri.
Con un taglio di cosce che non finiva più e un fisichino regolare e accondisceso.
Un caschetto nero notte clandestina e una frangetta che mi rigirava le sensazioni dentro lo stomaco.
Tette manco a parlarne, ma che occhi celesti pieni di purezza!
Che celestiale estetica!
Lei figlia di un maresciallo dei carabinieri tutto d'un pezzo (che ai miei tempi, come la Tina, contava come l'asso di briscola e te lo ricordava ogni dieci minuti con fare un po' mafioso e un po' democristiano) e io di due sfigati qualunque e con delle idee molto malsane (sempre per il padre di cui sopra) a proposito di autorità, gerarchie e la volontà di rispettarle.
Sembrava come un'insipida sceneggiatura che la cosa non avrebbe funzionato.
Invece fu amore a prima vista.
Anche se per lei lo fu alla seconda. A dir la verità.
La prima, dato che non mi considerava con la dovuta trepidazione, con un macho sgambetto la resi inerme a terra e fissandola serissimo e minaccioso le domandai se voleva diventare mia moglie.
Secondo me non capì bene la metafora, ma annuì immediatamente più per terrore che nobili sentimenti.
Ma seppi farmi perdonare poi, usando la dolcezza.

A dir la verità a quei tempi non avevo molto chiaro il concetto di dolcezza.
Quindi nessuno mi giudichi più di tanto se non ebbi miglior pensata di trascinarla nei bagni in miniatura, di toglierle il grembiulino e pure il resto, e rimanere lì bello fesso a fissarle tra le gambe quella minuscola fessura che non si specchiava ma proprio per nulla nel baccellino che ciondolava un po' ridicolo tra i miei cuccioli arti. Per lei non lo so, ma per me fu un mezzo shock.
Ma queste disquisizioni di genere non si svilupparono oltre perchè di botto la porta del bagno si aprì e apparve suor Carla, che anche se era alta un metro e un barattolo per noi bastava e avanzava.
Dallo spavento il primo schiaffo che presi neanche lo ricordo.
Il secondo invece lo ricordo bene. Come l'anatema che ne seguì: “Peccatore! Dio ti punirà!”
Fu uno scandalo che per i tempi fece scalpore.
Il maresciallo per poco non mi fece prelevare dalle teste di cuoio e trasferire ad Alcatraz, i miei genitori aggiunsero altri tre schiaffi per rimanere in tema creando un abisso emozionale che ad oggi non si è più cicatrizzato, i miei compagni di gioco iniziarono a guardarmi come l'uomo lupo e le suore inserirono il mio nome tra i papabili per una sessione o più di cilicio e sangue.

Già, le suore.
Il battaglione nemico contava un esercito di tre marines che guerreggiava sul campo ed una colonnella a impartire ordini comoda ma molto decisionale su ai piani alti, nell'inviolabile ufficio che se ti convocava lì eran cazzi a prescindere, e applicavano un gioco a zona molto efficace con un raddoppio di marcatura asfissiante che poi il possesso di palla l'avevan sempre loro alla fine.
Devo aggiungere che la madre superiora, anche se andavamo sulla Luna e per il Datismo da terzo millennio, per me rimaneva un'entità mitologica come il Minotauro e Dio, per l'appunto.
Non so neanche se allora l'ho mai vista e dubitavo fortemente che esistesse davvero. Si consolidava l'idea, supportata dagli sviluppi della quantistica e dai primi avvistamenti UFO, che in realtà fosse un extraterrestre che ci usava come cavie per misteriosi esperimenti, e nei miei confusi ricordi frange catto-comuniste mi bisbigliavano che si nutriva di eretici e peccatrici, e conscio che True Detective Pizzollato non lo aveva ancora sceneggiato, prendevo tutto per buono e mi tenevo in disparte perchè non si sa mai.
Di sicuro l'ala dura dei fedeli la sostenevano nel suo oscurantismo inquisitorio mentre i compagni del paese la inquadrarono come il nemico pubblico da barricate in contumacia.
Io, che gli Dei mi perdonino e come avrete capito, invece ne avevo solo paura, sentimento questo che avrebbe marchiato a fuoco il mio approccio alle religioni per i prossimi diciotto eoni.

Va da se che dopo diversi anni non solo scoprii che invece esisteva ed era in carne ed ossa, ma ridiventò femmina, lasciò l'Ordine, iniziò a vestirsi alla moda e sposò l'ex sindaco comunista del paese in un crescente scandalo socio/catto/politico che fu zittito, dicono, un po' grazie alla bizzarria delle cazzate comuniste di Stalin e un po' alla bizzarria delle cazzate delle Scritture, che trovarono per l'occasione un connubio dottrinale studiato ancora oggi dagli antropologi di tutto il pianeta.
Con un Dio muto. E uno Stalin visibilmente adirato.

Suor Carla invece era un po' il Tardelli della situazione senza l'esuberanza fisica del centrocampista dato che era alta 142 centimetri. Ma solo se indossava tacco 12. Altrimenti veleggiava sui centotrenta.
Per capirsi, a far femori in nome di croci e vergini ci poteva stare, si adoperava con perizia da trapattoniano opus dei, con ogni probabilità trovava persino una scusa vendibile ogni palla persa (vedi cazzate a bocca piena) che usciva dalla bocca del priore di turno che beveva troppo e che tutti lo sapevano ma nessuno lo doveva dire sennò è peccato. E ne aggiustò tante che nessuna mai rinfacciò.
Ma non aveva la cattiveria agonistica del mediano con il fiuto del gol.
Era più un De Rossi che non ce l'aveva fatta, ecco.
Ma in fondo in fondo era buona e con un cuore buono.
Peccato solo che facesse la suora. Questo la limitava tanto. 
Parlo serio.
Era nata in un nord-est lontano dall'illusione Padania e ad oggi rimane un mistero sul perchè prese i voti.
Forse troppo bassa per gli standard post-fascisti di allora, forse la classica delusione d'amore, che accomunava il 90% delle vocazioni di quegli anni, forse e più semplicemente la paura dell'amore.
Non lo so. Ma suor Carla è stata una ganza alla fine dai.
E ancora oggi, che manco so se è viva o meno, la ricordo ad ogni equinozio con un doppio rum.

Suor Franca invece veniva dal sud calabrese e sovrastava suor Carla giusto per un tennistico net.
Ma non certo in dialettica ma solo per faccende di innocui centimetri per cui lei, che giù aveva appreso la vocazione e l'omertà che sennò dio non ti aiuta, schiva ma con un aurea mistica al peperoncino, assecondava tutto come un affiliato fedele.
In quegli anni di asilo l'ho sentita bisbigliare ventisei parole, di cui otto in falsetto e le altre in calabrese parecchio stretto.
Praticamente un mistero pari ai cerchi nel grano.
Però, perchè in un ordine di suore c'è sempre un Ma obbligatorio che tutte fanno finta di rispettare e un Però assolutorio che invece si manifesta, all'asilo cucinava lei.
E, che da lassù la Sora Lella mi perdoni, cucinava davvero da Dio.
I suoi sedani rigati al pomodoro se la giocherebbero ancora al giorno d'oggi in scioltezza e senza presunzione con il bollito-non bollito-ma quanto cazzo costa 'sto bollito di Bottura e gli scampi alla fava verde di Kripton con teste di vipere argentine stufate tagliate in ottangoli e a luna piena di Borghese.

Comunque, sarà perchè sarà, sarà perchè e per come, ma come sunto dei miei quindici anni di ristorazione spesi in patria e in giro per il Mondo nella mia dispensa troverai, nel mezzo di lenticchie, basmati, uova, capperi e verdure del momento, gli immancabili sedani rigati.
E te li saprò cucinare nei più svariati modi cercando, ancora oggi che son passati cinquantanni, l'equilibrio perfetto dei sui sedani rigati al pomodoro.
Invano.

E poi c'era lei.
La Maradona dell'istituto.
La fantasia, l'anacronismo, l'apoteosi.
Suor Celina.
Un mito già dal nome.
Suor Celina è e rimane qualcosa che manco Joice e Milton hanno provato soltanto a ipotizzare.
Nessuno gliene faccia una colpa quindi ma solo privilegio se a quei tempi, a differenza di questi tempi spenti, il vin santo che poi sarebbe diventato nelle eucaristie il sangue di Cristo lo gestiva lei.
E non era una roba come al giorno d'oggi che arriva uno psicopatico del Bartolini a portartelo.
Veniva il contadino. Anzi, venivano i contadini della zona a portare bottiglioni di quel buon fermentato che di lì a poco, se tutto andava a modino, sarebbe diventato sangue.
E credetemi, star lì a decidere quale vin santo fatto con passione, competenza e motivazione fosse il più adatto a diventare il sangue di Cristo era un lavoraccio.
Sul serio.
E finirla ubriaca a norma di legge etilica era un attimo.
Ma lei non si tirò mai indietro con una devozione piena di impegno e cristiana compassione che qualcuno sussurra che la madre di Calcutta, quella famosa, per fortuna morta e parecchio chiacchierata, si ispirò palesemente ai suoi deliri mistico-alcolici.
E con successo pare.
E a quello che sappiamo ad oggi nessuno ha mai, ripeto mai, messo in discussione le sue scelte e il suo vin santo che, ad ogni domenica ciclica come il mestruo, diventava il sangue di Cristo nelle sfintere del prete di turno come per magia e a sberleffo delle quote Snai.
Aggiungendo che anche Wikipedia non riporta nei suoi aggiornamenti alla data odierna alcun catto-comunista che ha posto dubbi su il miracolo di suor Celina, anche se al mio paese, i catto- comunisti hanno comandato dal dopo guerra ad oggi dimostrando al Pianeta intero e alle Galassie limitrofe che le panzane di sinistra e dei preti sono solo pericolose panzane di sinistra e dei preti.
Ed hanno accettato senza citare Marx e San Tommaso perché manco sanno chi sono, con una passione quasi erotica aggiungerei, che il vin santo selezionato da suor Celina poi diventava il sangue di uno morto inchiodato e che è poi risorto. Anche se nessuno di loro sa di preciso come sarebbe andata dopo.
E se mi è permesso, per concludere e senza disturbare troppo la sensibilità di cattolici e i comunisti della domenica e zone limitrofe, io a questa cosa del vino e del sangue, ad oggi, mica ci credo mica.
Io credo solo alla moltiplicazione dei pesci.
Del grande Dynamo.

Ma torniamo alle cose belle.
Le mie delusioni d'amore.
Io a Rossella mica la volevo mollare così eh.
Quindi gli schiaffoni, l'ostracismo della Superiora imbeccata da quel demente del maresciallo, le altre suore sinceramente preoccupate per il mio avvenire, la santa donna ad un centimetro dal collasso e la nomenklatura che mi aveva eletto a un Vallanzasca in miniatura non mi fermarono ma manco per niente.
L'amore avrebbe trionfato.
E infatti trionfò.
Trionfò così tanto che fuggii dal negozio dei miei genitori verso il crepuscolo in un anonimo mercoledì sera di ottobre che in giro non c'era un cane neanche a dargli gratis gli ossi.
Arrivai nella piazza vecchia del paese sotto la fontana con le teste di leone che sputavan acqua, mi sedetti ai piedi della suddetta che si protocollava al civico 6 (che era quello degli sbirri) forse pregando, forse pensando, forse chi sa, e aspettai un segno d'amore della mia Dulcinea Del Toboso. Invano.
Tuttavia se il segno dell'amore non trovava esamina nei contesti dell'ordinarietà, il buio faceva il suo inesorabile corso, e si affacciava l'oscurità.
Fu così che dopo un tempo non definibile nel mio cuore di sbarbo, arrivò mio padre insieme al maresciallo che mi cercavano da un paio d'orette abbondanti dopo aver messo mezzo paese in subbuglio per la mia scomparsa prematura.
Quindi può essere limpido e chiaro ai più che quando mi trovarono rannicchiato pieno d'amore e mi dettero due schiaffi, uno un pò per paura e uno un po' per rivincita ma solidali stavolta, il risvolto che si intreccia tra la metafisica scenografica del padre che fa il bravo educatore e lo sbirro che fa il bravo educatore fu devastante.
Mi ritrovai chiuso in camera senza cena e gli occhi pieni di lacrime circondato da un Vuoto Assoluto che percepivo nella testa, nel cuore, nello stomaco, in quei cazzo di 7 chakra ma molto più nettamente nell'Aura Sciamanica e nell'Ancestrale Disegno Cosmico (che non so che cazzo siano ma dà l'idea).
Continuavo a rivedere il viso di Rossella e i suoi grandi occhi celesti che mi giudicavano non degno.
Successe qualcosa in quel momento che trent'anni dopo di solito segnano la tua catastrofe emozionale, la tua nemesi finanziaria e, in ascetica escalation, la fortuna economica e professionale di psicologi e psichiatri.
Ma non fu il mio caso in questo caso.
Perchè sopravvissi.
E chi sopravvive è pericoloso.
E può essere dannatamente incisivo nel suo obbiettivo successivo.

Si sappia comunque, senza gli assoli blues di Page che mi sciolgono come un cioccorì tenuto troppo in mano a ferragosto, che da quel giorno qualcosa si ruppe definitivamente dentro di me.
Qualcosa che si sarebbe manifestato poi in seguito tra storture emozionali, scompensi psichici, opportunità mandate al macero, safari un po' tossici nel subconscio e sfortune ordinarie che andarono ad aggiungersi al coro creando uno tsunami sensorio che non lasciò prigionieri nei pischelli perimetri del mio Io in panne.
Ma la disillusione sul lady love concept, il genere femminile nello specifico e tutte le panzane correlate fu la più cruciale e depredante.
Fu come se da quel momento in poi le mie prerogative d'amore sarebbero partite da un'amarezza irrefutabile senza se e senza ma. Fu come se da quell'istante in poi la necessità di un tampone emozionale mi avrebbe sovrastato gagliarda cercando di aiutarmi ad ammainare la bandiera bianca che sventolava tra le macerie, per ritrovare un briciolo di dignità nel bagno di sudore e sangue che era l'Amore.
Ed io nel tempo mi sovrastai e mi dignitai di comprendonio e presagio energetico con un approccio molto olistico, determinato ma più che altro virile alla Cosa, e inconsciamente iniziai ad elaborare, arrivato al sommo, la mia lucida vendetta nei confronti di Rossella e il genere femminile in toto.
La mia sete si sarebbe diffamata al loro Grande Dhrama, al loro Big Tabù, alla loro Waterloo che invece sarebbe stata per me che ho sangue Acheo e Sioux una Little Big Horn: Il Sesso.
Ma di questo ne parliamo nelle pagine successive. Quando sarò cresciuto un po'.
Questa è una biografia di un coglione di successo, mica un film porno.

Mio malgrado furono comunque presi dei seri provvedimenti per ridurre almeno i danni dell'essere agitatore fuori dal coro e con degli scompensi affettivi che Jim Morrison in confronto sembrava Fonzie.
Si cercarono soluzioni definitive per questo marmocchio che osservava con lo sguardo puro il mondo come in un cartone animato ma che nell'Io era già un cane bastonato che era scampato alla fine, un bastardo randagio con pochi denti ma tinto male, in giro a non sentir ragioni delle regole imposte e classismi della prima ora, oltretutto in uno dei periodi più stupidi -parlo del '68 in un paese di 3000 anime catto-comuniste di un'ipocrisia senza pari- che ti poteva capitare.
Dopo il Concilio di Trento o il dibattito sul film di Nanni Moretti in piazza, chiaro.
Dovevo rientrare nei ranghi e rimesso in riga come dio comanda e sezionato, con lo scrupolo e la delicatezza del Mossad, sul curricula, i precedenti penali, i casi pendenti e stilare l'elenco delle patrie galere che di sicuro in un futuro prossimo mi avrebbero accolto a braccia aperte.

Intanto fu deciso che non potevo rimanere da solo quando non ero all'asilo e non potevo più andare in giro per il paese a caccia di fate e elfi per ore senza che nessuno sapesse dove fossi e cosa stavo combinando.
Avete capito bene vero?
Avevo quattro anni e mi muovevo come un adolescente.
Credo con nozione che quel periodo lì è stato davvero incredibile. La bestia buona che sono diventato ad oggi nacque lì. Erano gli anni sessanta e in un paesello queste cose non facevano molto scalpore morale e men che meno educativo. Ero solo un piccolo bambino che passava molto tempo da solo, lontano dai grandi e dai coetanei, come un sociopatico qualunque.
Presumo che nel mondo attuale sarei in affido e i miei genitori con un bel penale in corso.

Comunque, la soluzione fu trovata: la Nella.
La Nella non era una baby setter, non era un'educatrice, non aveva titoli di studio se non qualche classe elementare, non si vestiva radical chic, non parlava radical chic e non gigionava a leggere inutili saviani in voga, sbagliava sempre l'acca sulle vocali e votava democristiano perchè lo intimava il prete.
Ma è stata una donna meravigliosa. Una delle più importanti della mia vita.
Non so come nacque la cosa, ma dalla sera alla mattina mi ritrovai che quando uscivo dall'asilo andavo da lei che viveva lì vicino ed era una casalinga.
A quei tempi essere la Nella casalinga voleva dire: alzarsi alle 6, pulire la casa, lavare per marito e minimo due figli, stirare per il plotone di cui sopra, far la spesa in paese e risparmiare all'osso, far da mangiare continuando a risparmiare su tutto, accudire galline e conigli prima di tirargli il collo dietro casa, gestire l'orto per il fabbisogno della dinastia tirandoci fuori un bengodi che oggi non esiste proprio, spettegolare rigorosamente sottovoce dal terrazzo con le altre dell'ultima diceria facendo poi le espressioni tra lo stupore e l'indecenza, trovare tre volte al dì dieci minuti per pregare sommessa 'sto dio che non ci sentiva troppo bene da quell'orecchio, uncinettare semplici macramè per creare presine da pentole che qualche settore terziario pagava un centimetro sopra la miseria e, da quel momento in poi, guardare questo piccolo strano animaletto che viveva in un mondo tutto suo.

Non so lei, ma io me ne innamorai subito.
La Nella confezionava delle marmellate che certificavano l'esistenza di Dio, Maometto e l'Uomo Ragno.
Ti faceva trovare sulla spianatoia della pasta fatta al mattarello in venti minuti che Cracco se ne va a cagare per principio.
Riempiva e seduceva le tue papille gustative con dei fantastici dolci realizzati con gli avanzi che oggi volano nell'organico, roba che questi invertebrati che straparlano della gastronomia in TV non saprebbero neanche immaginare.
Ogni martedì partoriva un sugo di carne che resuscitava i morti, neutralizzava i vampiri, i cattivi pensieri e faceva sentire tutti più buoni e umani.
E poi mi raccontava le novelle con passione e coinvolgimento inventandole di sana pianta e usando come termometro il mio umore giornaliero -una roba di una finezza eccelsa-, mi fece vedere come si uccide e si spella il coniglio che adoravo quando lo faceva arrosto con il finocchio selvatico, che sembra un gesto crudele e insensibile ed invece, con uno slancio pedagogico innovativo e intelligente senza precedenti, soltanto la realtà oggettiva che non va mai nascosta ma manifestata, spiegata e illustrata.
Poi casomai decidi tu cosa fartene di questa realtà.
Annichilì il concetto di capolavoro quando mi insegnò a leggere e scrivere prima che approdassi alle elementari, dove chiaramente feci un mega figurone sin dal primo giorno e, fattore decisivo, mi fece provare quel senso di casa che io non conoscevo e che tutti invece davano per scontato.

Non creerà sorprese quindi sapere che anche all'asilo il mio comportamento cambiò e Rossella e l'amor perduto evaporarono nel mio inconscio per tornare poi, letarghi dopo, a batter cassa.
Gli sforzi di tutti raggiunsero comunque un risultato: sembravo un bambino borghese normale, a norma, bello, intelligente e che rispondeva grazie a tutto.
E la cosa andava bene ai buoni che mi avevano raddrizzato, ai miei che potevano respirare un po', alle suore con le quali ripetevo l'Ave Maria come un chierichetto provetto senza sbagliare una rima, ai miei coetanei che non mi guardavano più come l'uomo lupo interagendo sorridenti e in quel momento, devo ammettere, anche a me.
E con la pace e l'armonia, la preghiera e il bon ton, arrivò anche il tempo di prendersi alcune rivincite.

L'eccitazione nell'aurea era palpabile e compulsiva perchè di lì a poco sarebbe arrivato l'Evento che non c'era sagra del Capriolo Incaprettato che tenga e che tutti aspettavano. Una cosa di cui, nel bene e nel male, si sarebbe parlato per un anno nei bar con battute fini ed efficaci, nei forni con recensioni competenti ispirate dalle rubriche dei quotidiani onde per cui, alla fermata del treno pendolare dove in dieci minuti, il Wikipedia dei poveri, ti aggiornava sulle ultime, nei giardini pubblici spolverati dal vento dove si valutava il costo di questo o quel costume e nelle botteghe del paesello dove invece si andava più a braccio ma efficaci e comunque sul pezzo.
Un'impresa che avrebbe impegnato le inesauste menti della borgata e coinvolto sarte, produttori, scenografi, poeti, parolieri, sceneggiatori e registi dai quattro angoli comunali sino alle più remote frazioni: la recita annuale.
Ed io ne sarei stato uno degli attori principali.
E dato che ero ben intonato fu deciso che avrei cantato.
E secondo voi che avete un Q.I. molto più alto del mio, che canzone gli facciamo cantare ad un bimbo in salute, capelli lunghi sotto le spalle, sempre vestito come un disadattato ma con un certo stile (che perpetuo ad oggi ma frutto allora della santa donna), con già un passato da dimenticare e ultimamente diventato pure buono punto interrogativo.
Ma è semplice punto esclamativo.
Una roba alla Nomadi.
Che a quei tempi, ricordo, andavano come il pane.
Ma non mi fecero cantare io vagabondo che son io (grazie a Dio), ma un blues un po' country garage alla Niel Young che tendeva al soul onirico di Marvin Gay ma con certe sfumature jazz che rimandavano alla 31 street di Charlie Parker, una spolverata dotta alla Battisti-Mogol, strizzata d'occhio al Califfo uno e trino e una smarmellata alla Nino Fidenco: Giacomino il ribelle.
Testi e musica di Ignoto.
Che poi a dir la verità dopo si seppe invece che era uno mezzo strullo che lavorava in Comune a non fare una ceppa tutto il giorno e che quindi trovava il tempo per cimentarsi con testi arditi e sopra le righe (di coca, presumo).

La santa donna, che aveva cominciato a fare la sarta, si superò e mi rivestì come uno scappato di casa alla moda fotocopia delle nuove stelle che si ammiravamo, oramai sdoganati, nei due miseri canali televisivi di allora.
Pantaloni con zampa di elefante a palla sul grigio topo, camicia con colorite fantasie psichedeliche, foulard becoming, capelli ben sotto le spalle sistemati dalla parrucchiera e chitarra sciancata a tracolla.
Fu un successone.
Pianse tutto il tempo come facevano le mamme brave allora, 'sto babbo gonfiò il petto come un macho di primo pelo cercando di prendersi tutti i meriti come per l'appunto fanno i bambini dell'asilo, le suore ringraziarono Iddio per il miracolo compiuto, il pubblico riconobbe con applausi scroscianti la mia performance artistica, Rossella mi sbatteva gli occhi matupita dalla mia indifferenza volutamente saccente, e io mi preparai ad esordire alle elementari con le carte in regola per eccellere tra gli eccelsi ma con un tarlo oscuro che piano piano si insinuava nella mia natura sicuro che lì avrebbe spadroneggiato per farmi emergere tra i belli, sfigati, perdenti, incazzosi, maledetti e a volte, con una volontarietà oltre l'arbitrario, dei pirla a palla.



domenica 16 dicembre 2018

La Straordinaria Vita Di Un Coglione Qualunque #1



capitolo uno

"Della nascita e altre nefandezze"

Quando nacqui non ci fu nessun squillo di tromba degno di pentagramma ma solo qualche nuvola distratta che bivaccava anonima in un cielo di maggio appannato che si ripiegava inutilmente orgoglioso su stesso come chi non ha più niente da perdere. Una normale giornata del cazzo, sia detto.
E nacqui pure cuspide che è una roba che mi ha messo di traverso alla Vita da subito, per principio.
Fu una normale giornata del cazzo per me e per voi però, perchè invece gli Dei da monti e da riviera, il pattern sublimale dell'Universo Sconosciuto, l'élite dei Rettiliani, le congiunzioni astrali da destra a manca, Shiva - che in quei giorni c'aveva le sue cose e finiva che ci discutevi per un niente - gli apostoli tutti meno uno che fu interrogato poi in merito e con perizia, Manitù che era là sopra che scrollava la testa perplesso e dicon pure l'arbitro cornuto, oltre che ad essere stati avvisati e messi abbondantemente in stato di eccitazione dagli urli strazianti di mia madre, eran tutti lì belli motivati per apparecchiarmi un'entrata in questa nuova Esistenza che doveva essere conio e summa di quello che mi sarebbe poi successo nei lustri a venire.
Fu un successone.
“Un parto così di merda non si vedeva dai tempi del Pleistocene”.
Ebbe a sentenziare poi sottovoce la Tina, ostetrica da oltre un trentennio, che al mio paesello negli anni '60 contava più di tutto il centro sinistra oggi messo insieme. E per tirarmi fuori da lì quasi vivo faticò in maniera desueta e boscaiola, si espose scomposta e a volte sudereccia, che era una roba non contemplata nel prontuario del suo ecclesiastico stile, e forse per la prima volta nella sua democristiana vita e con somma gioia dei più, affabulante bestemmiatrice.
Ma in qualche modo ce la fece.
Anche se fu un dannato lavoro sporco. Va detto.
Intanto, dato che il cordone ombelicale mi si era arrotolato intorno alla gola fino quasi a soffocarmi, ero diventato nero come un Masai di lungo corso. Poi, dato che il medesimo impediva l'estrazione spontanea e naturale della testata nucleare, si aiutò con un forcipe.
Tirò con metodo e sicumera esperienza, testimoniano ancora oggi i presenti sopravvissuti, e contro ogni previsione riuscì nel nobile intento di salvarmi.
Va da se che non solo ero tutto nero, ma anche il mio neonato cranio di burro partecipò al banchetto e si era allungato in maniera esacerbante.
Ho visto una sola foto di straforo di quello scempio estetico e devo dire che ero davvero tanta roba.
Modigliani avrebbe sentenziato che sembravo un quadro di Picasso del periodo guarda che l'hai appeso all'incontrario ridendosela divertito, anche se fondamentalmente, senza scomodarvi con scaltri paragoni, che manco li avete capiti fino in fondo, la mia testa sembrava un'enorme pera.
Come da frutto e pure da foto.
E, va da sé, brutta come il peccato originale.

Piccola botta di culo volle che la Tina, mossa da compassione e con la tigna che caratterizza le azioni dei vincenti, mise in atto una tattica rurale e minimalista che di lì a un mese partorì -senza doglie stavolta- ottimi e abbondanti risultati che fecero vacillare e non poco il mondo accademico dell'ostetricia, la redazione del Corriere e lo spogliatoio tutto della Juve Stabia.
Con l'ausilio dei suoi generosi, inesausti e misteriosi massaggi il mio cranio di gelatina tornò ad assumere una forma consona a non far scappare nessuno appena si affacciava alla culla, per esempio.
A dire il vero, ancora oggi a toccarlo sembra le montagne russe di Disneland.
Ma da lontano e con i capelli che dissimulano, dato che ancora ce li ho e pure lunghi da intrecciare come uno pseudo rasta del cazzo qualunque, ha retto oltre i cinquanta con eccentrica dignità.
E anche l'effetto Masai lasciò, con calma e per piacere, il posto a un tono tra il bianco che ha preso d'acido e il rosa color bambino normale.
Tirarono tutti un bel respiro di sollievo.
Per primo mio nonno che dopo due sorelle e due figlie, all'avvento del maschio alfa, si precipitò al capezzale di mamma per abbracciare il prodigio e quando mi vide in quelle condizioni un attimo borderline non ci rimase proprio e anche questa è fatta, diciamo. E non lo nascose, spiegandomene il perchè poi e con la proletaria motivazione che si ribella efficace e senza abecedario all'annichilimento. Gli imprinting culturali che gli avevano incollato addosso avevano reso la mistificazione del maschio/erede un paradosso. Pesante a livello emozionale per lui e con l'inutile, intonsa e impegnativa aspettativa sociale che caratterizza i nostri limiti di ex cacciatori/raccoglitori alla quale, senza mai saperne il reale motivo, ci prostriamo come schiavi a prezzo stracciato al mercato delle vacche emozionali.
Ma sia ben chiaro che non l'ho mai giudicato per questo.
Chi sa dare un casato chiaro ai propri limiti è già oltre il paradosso e si frappone al paradigma.
Comunque le cose tornarono in salsa borghese rientrando nei protocolli sociali di quell'anonimo 1964 ed io potei iniziare trionfalmente e senza indugi la mia carriera di neonato: piangere ininterrottamente urlando come Iggy Pop strafatto giorno e notte, cagare come un leone ogni due ore spaccate, minare con la freddezza del sicario il corpo e la psiche della santa donna, e dulcis in fondo, far capire a mio padre che prima di farle le cazzate, sarebbe d'uopo pensarci bene e con metodo.
Al terzo mese ci fu il primo dramma familiare.

Ero sobrio e meditativo adagiato nel passeggino pronto per la passeggiata tutto adorno di trine e di trine pure io che sembravo il trono di spade che, ommannaggia!, a mia madre scivolò via il pargolo mezzo in una lieve ma infima discesa e, dopo un po' di zigzagate, si ribaltò ed io sperimentai spadaccino il gusto e il piacere della mia bocca di neonato infrangersi senza pietà e difese nell'adulto asfalto.
Piansi per tutto il girone d'andata del campionato di serie A, mi rinfacciò poi mio padre.
Ma alla fine due punti di sutura tolsero la paura ma non i sensi di colpa -che per quelli non basta manco la chemio- e quel brutto taglio si trasformò poi in una piccola stortura del mio carnoso labbro che più di una donna nei lustri ha apprezzato a scena aperta.
Ma il sentore che qualcosa non andava era già nell'aria. Anche se io, intento com'ero a prosciugare i seni di quella santa donna, lo sottovalutai peccando in un mix di leggerezza e inconsapevolezza che
avrei pagato poi in seguito, con calma.

Dopo qualche mese di nonschalance entrai, con l'ausilio sempre di mamma tanto amorevole e premurosa, nella fase dell'ingrasso coatto e gustosamente coercitivo che, per chiari motivi oggi ma oscuri ieri, era segno di benessere e prosperità che i miei non avevano ma mostrarla bastava oppure abbagliava, e comunque e in qualche modo, questo accontentava.
Ma riconosco oggi convinto, al di là delle disquisizioni onaniste sull'uso dei puerperi per ammansire i cazzi propri e poco più, che ad un anno avermi fatto assaggiare la salsiccia cruda e le tagliatelle con il sugo dell'Anna che era una roba che ci rimanevi sotto a forza, fu un errore pedagogico che non lasciò prigionieri nel campo della battaglia culinaria e mandò a gambe all'aria il mio svezzamento consapevole.
Intanto, appena mi metteva sotto il naso un omogenizzato (avendo oramai inquadrato bene l'homo sapiens di genere femminile che mi aveva concepito) attaccavo a piangere le cascate del Niagara in tempi olimpionici. Il che bloccava le operazioni in corso e apriva autostrade al piano B.
E funzionava alla grande.
Due rigatoni alla Carlona fino a un po' di tonno con le cipolline e l'aspro accattivante dei capperi lo raccattavo di sicuro e in abbondanza gastronomica.
Poi pagavo dazio con un paio d'ore di quiete e un pannolino riempito a modino.
Mi sembrava doveroso. Per poi -noblesse oblige- riattaccare a rompere i maroni con il copione di prima.

Le conseguenze di quelle azioni canavacciule si manifestarono comunque spietate e nel breve.
Diventai così grasso che ancora oggi se guardo quelle foto mi rifiuto di credere che quello ero io per davvero e mi vergogno come un ministro dei trasporti sull'Autosole. E non è certo un caso che al crono attuale, che veleggio oltre i cinquanta, provo un grosso imbarazzo per la gente grassa e ne percepisco il disagio fisico, umorale, emozionale, l'affresco affranto dietro a ricche risate, l'ingurgitare compulsivo, la fragilità mascherata da torri d'argilla, il voler essere tanto per il terrore di non essere nulla.
Non è bello da dire lo so. Ma questo sento. E non è per niente un bel sentire. Per dire.
Malgrado ciò, giusto per incrementare la mia pargola autostima tutti i familiari, gli amici e i conoscenti, iniziarono a chiamarmi Il Budda.
Ed io, imbronciato e pachiderma, accettavo tutto in cambio di commestibilità.
Mi chiamavano Budda per schernirmi con quel fare innocente che fa tanto cattolico integrato.
Senza malizia o forse più semplicemente con inconsapevole malizia. Ma io ad oggi, che mezzo Mondo l'ho girato e un poco l'ho capito, non sono mica per niente convinto che la prendevo sul ridere.
Pensate che ho letto in un libro lungo lungo pieno di paroloni e senza manco le figure, ma più accuratamente e semplificato su un settimanale di gossip – che io ritengo l'unica, vera apoteosica libertà di pensiero - che da zero a tre anni si forma la struttura emozionale, pressoché definitiva, della vita di un Sapiens medio.
Ci sono la dott.ssa Kitty Brazelton e il dott Benjamin Spock che lo affermano a chiare lettere.
Lo sostiene anche Fabio Volo e Il Volo. Anche se di quattro non se ne fa uno.
E pure Cazzola. Quando lo sedano con lo Xanax e torna ad essere.

Ma al di là di questa nemesi che trova aria e estuario soltanto tra la paraculaggine di Freud e la metrica di Al Bano, diventai così grasso che non stavo più dentro il box, che ai miei tempi erano di solito tondi, con la rete di protezione così e così e si ribaltavano a guardarli. Cioè, diciamo che ci entravo preciso ma più che un neonato che sgambetta e straparla con giochi e pupazzi sembravo un maialino infilato a forza lì dentro e credetemi, non era un bel vedere.
Fu così che il mio adorato nonno, falegname di cesello e cervello fino, mosso da compassione comunista e amor di sangue, ideò un recinto di legno da inserire al volo sulla tavola della nostra cucina. E lì c'entravo come un bimbo normale e anche i giochi. Così che la santa donna per un po' respirava.
La leggenda racconta che mi bighellonavo scoglionatissimo sibilando un Pappa ad intervalli regolari come le tasse, ma avevo riacquistato l'aura di un neonato standard.
Se poi ci mettiamo il carico da undici di mia madre che stava cedendo emozionalmente a causa di problemi di lavoro e a causa mia, tutto diventa chiaro come un aforisma venuto spontaneo e bene.
Se ci aggiungiamo calando poi un imbarazzato silenzio fischiettante su mio padre che, da fascio dentro come si è manifestato in più occasioni negli anni, trovò la soluzione ai suoi problemi andando in giro a fare il clandestino con spose annoiate e in cerca di emozioni giocandosi la reputazione paesana per sempre e marchiando per i posteri mia madre come una cornuta reale, possiamo tranquillamente affermare, amici vicini e lontani, che la mia situazione evoluzionistica si sviluppava imperterrita e decisa su uno spread da terzo mondo.
Quindi adesso provate ad immaginare un piccolo Sapiens che cresce ereditando imprinting e conformazioni imposte inconsapevolmente da Sapiens ai quali altri Sapiens hanno inconsapevolmente imposto, relegatelo in un recinto ad imbottirsi di cibo e noia, lasciate che intuisca anche soltanto a livello energetico la brutta temperatura familiare, e avrete il seguente assioma:
un bulimico compulsivo pieno di insicurezze e con degli scompensi affettivi di un serial killer.

Comunque, quasi a volersi rassicurare come una raccomandata con ricevuta di ritorno, la sfiga prima mi vide, poi mi sedusse, e invece di poi abbandonarmi, rimase lì in bella vista aggrappata al mio ego di vetro incandescente come un terzino si aggrappa alla tibia&perone di un bomber: con consapevole e, per quanto dovuta ma non necessaria, grezza cattiveria.
Essendo la tavola da cucina diventata anche il mio box decompressorio, il missed accident si trasformò nel breve in un accident al plutonio. Precisamente si manifestò su un piatto piano che mia madre dimenticò inavvertitamente sulla tavola con me recintato dentro. E su quel piatto c'erano adese due salsicce fresche che non avrebbero visto il sole di domani neanche se si alzavano lentamente.
La santa donna se ne accorse quando mi trovò collassato, con il budello delle medesime che mi ciondolava dal labbro, e con la sensazione di averla combinata grossa.
Fui portato con tanto di sirene addirittura all'ospedale della città vicina “Per un trapianto d'organi o peggio”, dicevano i più.
“E' stata una corsa contro il tempo per salvare una giovane vita appena sbocciata”, affermò qualcun altro. “La sfiga ci acchiappa, vuol dire che doveva essere”, aggiunsero un paio di gufi palesemente juventini.
Ma la retorica, che a volte ci piglia più dei miei adorati settimanali di pettegolezzi, racconta una storia leggermente diversa.
Mentre un'equipe di luminari mi visitava con sguardo competente e navigato straparlando paroloni accademici di cui io, ma anche i Miei tranquilli, non capivamo un acca, iniziai a riprendere conoscenza.
E la prima parola che mi uscì dalla bocca non fu: “Aiuto!”
E neanche: “Dove siamo?”
Men che meno: “Ma che cazzo ci faccio qui?!”
Esclamai semplicemente: “Pappa!”
E il pericolo, oltre a quelle scomode diagnostiche, rientrò imbronciato all'ovile.

Chiaramente mi fu prescritta una dieta.
Sopratutto quando scoprirono il mio menù giornaliero intonso fino a quel fatidico momento.
Da quel dì furono mezzo omogenizzato a pranzo e uno a cena.
La pastasciutta diventò un dogma che non riuscii a scalfire neanche piangendo sangue come le madonne fortunate. Iniziai a dimagrire e dopo un po' ripresi le sembianze di un bambino che si apprestava ad andare all'asilo a giocare con gli altri bambini.
A confrontarsi con gli altri bambini.
A misurarsi con gli altri bambini.
A crescere con gli altri bambini.
E con le suore.
Alle quali il primo fatidico giorno, dopo aver versato due damigiane di lacrime invano e indi costretto a rimanere in quella prigione imprigionato nonostante il mio netto diniego, dichiarai guerra totale e augurai tante di quelle brutte cose che la metà delle parolacce che conosco ad oggi le sviluppai nella semantica e nei toni di quella cruciale occasione.
Fa comunque scoop sapere che di lì a poco, con fare autodidatta diciamo, adeguai i miei barbari istinti ai perimetri di quell'istituzione religiosa dove nel breve mi sarei fatto un nome e una reputazione invidiabile.
Si sarebbe parlato di me oltre i confini del paesello.
Il mio nome sarebbe stato sussurrato tremando da più di una bambina.
Mio padre sarebbe rimasto a volte orgoglioso e a volte incazzoso con l'infante mentre mia madre si sarebbe immolata nel crogiolo dell'imbarazzo e patriottici sensi di colpa per i secoli a venire.
Ma ancora tutto questo non lo sapevo. E neanche pianificato. Giuro.