sabato 1 gennaio 2011

Barman



Questa storia nasce dalle mie esperienze di barman a Firenze. Dove da "dietro il bancone" ne ho viste di tutti colori. Con tanto "senno di poi", il  trans c'è l'ho infilato molto prima che il caso Marazzo le sdoganasse e perchè intorno al 2000 con "ste bimbe qua", ne vidi di tutte, nella Firenze che si scopriva  transessuale.
Buona lettura.

Gli aperitivisti dal gomito infiammato affermavano unisoni che il Marcellino era l’unico barman che sapeva miscelare un Negroni con i terzi esatti e dargli il tocco giusto d’angostura e star fino con l’arancia che lì sbagliavan sempre tutti. E poi era stato lui che aveva raccontato unico la storia di com’era nato. Che il mitico conte Negroni. Figura leggendaria in quel di Firenze di ritorno da un viaggio di piacere negli States. Iniziò ad ordinare il classico e già famoso Americano con la variante gin al posto del selz. Si tramanda che il barman del Giocosa -il Bar di Firenze- un giorno lo avvicinò rispettoso e gli domandò Dottore. Tutti mi stanno ordinando l’aperitivo come quello del Conte. Avrei pensato onorandola di chiamarlo con il suo nome. Se a lei non disturba chiaramente. Il Conte annuì impeccabilmente vestito e da quel giorno e via e via.

Era pure eccelso nell’Americano stesso che teneva giusto un po’ più alto di Campari che tanto piaceva alle ragazze dal sorriso e la scollatura generosa e non faceva mai il furbo con il selz. Che certi bar senza lode te lo riempiono di soda e poco più e ti tiran via 5 euro. Se poi ordinavi un cocktail Martini extra dry andava di competenza e gesti giusti e minimali. Tre gocce di vermouth per insaporire il ghiaccio e via di strainer tutto con cura. Dodici cl di gin rigorosamente Tanquirai e chiamalo pure aperitivo pensava tra sé. Una botta di burbero distillato prima di andare a tavola non era esattamente la cosa più adatta. Che poi lo sa perché si chiama Martini? Domandava all’avvocato che il sabato passava per il rituale dell’aperitivo concedendosi una mezz’ora da (in)esperto di cocktail. Non c’entra niente la Martini azienda. Anche se hanno avuto un bel culo con questa storia. Si chiama così dal nome del barman che lo creò. Un messicano di nome Martinez. Infatti se vede la composizione è praticamente tutto gin ed i codici di miscelazione parlano di vermouth. Non Martini. Concludeva strizzando l’occhio e la scorza di limone per il tocco finale. Quante ne saprà il Marcellino eh! domandava l’avvocato celebrandolo in giro tra i presenti.

Era proprio vero. Ci sapeva fare il nostro Marcellino. Non perché nel suo lavoro vedesse qualcosa di un po’ mistico e trascendentale che aveva notato esibito da certi colleghi di chiara fama durante gli stage della Bacardi no. E neanche perché la gente paga ed è giusto darglielo. Lui quando aveva le bottiglie in mano sapeva sempre “quando era il momento giusto”. Confidava ai pochi intimi tra bevute competenti senza mai tirarsela. Appena stringeva quei vetri tra le dita entrava come in sintonia con i loro contenuti. Le loro storie di distillo fermento e stagionatura. E ne diventava complice e messo.

Perché il Marcellino se voleva adesso era a New York. Sosteneva qualcuno. Ma era nel bar di famiglia che era cresciuto e in qualche maniera si sentiva barman solo lì. Nella vecchia pedana che avevano calpestato il babbo e la mamma per anni. Aveva rifatto il trucco al bar con un gusto sobrio e quel crema mai stizzito da certi tocchi di pastello rosa che all’inizio sembrò così poi invece a star seduto scoprivi che rilassava. Rinnovò i tavoli di un faggio essenziale e misurato meritandosi una postazione american bar da far invidia ai migliori di Firenze. Le foto in macro seppia che celebravano uno dei mestieri più antichi del mondo con su ritagli di lavoro appese nelle prospettive giuste. Ma la Faemina da due gruppi che l’espresso suo era tra i migliori e la pedana giusto scartata e trattata rimasero al loro posto. Si devono riconoscere i segni del tempo e sapergli dare onore e riconoscenza. Si ricordava tra sé quando tirava giù qualche tot di grappa barricata e rivedeva suo padre che gli insegnava a fare i cappuccini e gira questa manopola qui che attiva il vapore e stai attento a farlo roteare bene. Che il latte non deve bollire ma mussare. Ricordatelo. La differenza è tutta lì.



Il giovedì era chiusura per turno ed era il giorno che il Marcellino si toglieva la maschera lontano da tutti e si spostava in città per gli acquisti. Ad impreziosir la sua cambusa di etichette di vermouth Carpano e cognac Remy Martin e tequila Sauza Reposade. Per la quale aveva un debole che persino il suo fegato iniziava a detestare. Quattro set di scotch scelti a modo e due di barbon più classici. Che il Jack è sempre il Jack e si vende bene. Anche se lui lo trovava troppo ruvido e scomposto. E intimamente pensava che quel barbon lì più probabilmente doveva la sua fortuna a gente come Belushi e Keith Richard. E molta meno a cantinieri esperti enfatizzati dagli spot. A sostener degustazioni a largo raggio con venditori che nel Marcellino riconoscevano il cavallo di razza e che omaggiavano di costosi assaggi attenti alle sue considerazioni e critiche. A ricomporre le batterie di bicchieri. Dieci Old Fashioned e due da sei di Tumbler medi. Che i ragazzi al bar ne rompevano uno scatolone a settimana. Qualche accessorio per decorare e pagamenti lunghi e ben distesi. Che il Marcellino era cliente cinque stelle e andava accontentato. Poi relax su aperitivi spesi nei bar del Lungarno che visto seduto da lì ti illude immobile. Osservando come ipnotizzato la storia che trasuda discreta da Ponte Vecchio. Ad aspettar la bimba.



Ciaooo amore mio! La voce stridula ed abbondante della Giulia lo riportò sulla terra mentre inseguiva flash back dell’infanzia sparati dalla memoria in ordine sparso con l’airone che svolazzando tra i tavoli seminava sguardi allo sbando. Azz com’è vestita. Realizzò ricomponendosi. Con quel tovagliolo ceruleo Prada che fasciava un culo biz class. La maglietta last minute dei D&G che esaltava un seno fiero ed eccessivo. Due grattacieli al posto dei tacchi su collant appariscenti e costosi. E poi il viso della Giulia. Occhi verdi di taglio orientale. Naso alla luna e due labbra così. Capelli neri lunghi adescati dal parrucchiere ogni giorno. Gli zigomi discretamente perfetti. Sembrava cesellata di bisturi. Sorrise tra sé.

Poi con la Giulia a desinar nel ristorante rinomato di splendida veduta affacciato. Battute svelte e complicità. E portate e vino buono. E Marcello bevi troppo! E Giulia almeno tu! E allora garçon! una bottiglia di Solaia! Scialacquando un’ordinazione con battuta che lasciò uno sfregio nella sua carta di credito che si risarcì tre mesi dopo e risate con la Giulia a dissacrar per un momento la vita ordinaria. Poi con la Giulia a perdersi in quel letto d’albergo di camera stretta. Pagando un extra in lenzuola di seta per muoversi in fretta. A cercar in quel corpo e nei suoi morbidi baci un oblio che lo portasse lontano dalla stupida facciata di quella stupida movida che è la vita. Con la sua voce che a volte cambiava ambigua e che lo scivolava in quella lussuria proibita che almeno per una notte anestetizzava le sue paure e le sue debol/incertezze. E con quell’occhiate che si perdevano in sguardi che lo sorpassavano arrivando a sfogliarne il segreto fondo. Dove solo lei sapeva approdare e far crollare le barricate fino a tradurre il suo vero mondo.

Poi con la sigaretta tra le labbra e le carezze lente della Giulia a ritornare nella bieca sfera degli onnivori controvoglia. Con la Giulia che lo sfiorava al mattino quasi percependo il baratro dove stava camminando fin anche cadendo. Come/meglio di una donna. Perché sarà pure cara. Sarà pure eccessiva. Sarà pure matta. Pensava un po’ confuso ma rilassato lungo le curve del rientro in un carteggio di immagini che protocolla a se stesso le riverenze.  Ma la Giulia rimaneva il più bel trans di Firenze.



Ci sei andato? La voce della Debby lo distolse da quel macchiato che stava preparando un po’ distante. Marcello la guardò scocciato. Dove dovevo andare sorellina? Rispose deciso con un sorriso poco convinto e non condiviso. Lo sai bene dove dovevi andare. Aggiunse lei con far di mamma preoccupata. Senti un po’ sorellina. La devi smettere con questa storia. Guardami! Ti sembra che abbia dei problemi? Si. Ribatté d’impulso lei. Anche se per adesso riesci a mascherarli. Ma fino a quando Marcello. Fino a quando? Concluse girando i tacci ed andandosene strisciando via dal bar che li guardava un po’ imbarazzati. Con tre clienti confusi che sfogliavano inutili quotidiani di brioche impacciati e curiosi in mezzo a the liofilizzati.

Marco glielo ripeteva all’infinito. Guarda che sei tu quella che ci rimette il fegato non lui. Ricordatelo. Che Marco gli voleva bene davvero alla Debby. Che a 23anni lavorava nel sociale con passione e competenza e delle tossicodipendenze ne aveva fatto intreccio di vita. Lascia perdere. È grande. Insisteva lui. Ma quale grande Marco. Ma lo vedi che recita un copione che non potrà durare ancora per molto. Non lo vedi? Singhiozzava stringendosi tra le sue braccia di muratore temprato.

Lo vedeva eccome Marco quando passava dal bar. Di come scivolava in tutti quei gottini di tutto dispensando indisturbato battute efficaci e commenti calcistici competenti. Ma il Marcellino era quello lì. Lui per primo non ne vedeva un altro anche quando cercava di scrutare l’androne del suo anelito tormentato. Ma si sbagliava. Come tutti. A parte la Debby. Chiaramente.

Quella notte Marcello si ritrovò prigioniero di un brutto sogno.
Eran ragni marcantoni che lo inseguivano nel mezzo di una gigantesca tela che non trovava conclusioni. Con un contorno di visi e refrain di vite passate che parlavano barbaro e deserti e strane pedonali costellazioni. E lui legato ad una grande Croce a inseguire le sue lisergiche allucinazioni che fu un brutto sogno di orchi e fate sgualcite e nani brutti che giudicavano le sue azioni. Quando si svegliò completamente sudato con su un odore sgraziato pianse nel buio della stanza. Pianse sui resti della sua anima terremotata. Pianse come uno che aveva capito di essere arrivato all’ultima fermata.

Stranì in quei giorni Marcello. Se ne accorsero i clienti tutti e se ne preoccupò la Debby. E quando arrivò il giovedì di chiusura partì per la city ma non si presentò a far le solite spese ne a deglutir le degustazioni ed anzi andò di caffè e cioccolata amara. Ed evitò di rispondere alle telefonate incalzanti della Giulia che lo inseguivano vos di sirena mascherate dietro rasoi affilati e Chanelle n°5 comprato bello mio nella profumeria più cara.
Camminò per un po’ lungo le strade piene di storia del centro scecherando quel biglietto tra le mani che sua sorella gli aveva allungato tempo prima. Cercando finto/distratto di sbagliare la strada/rima. Arrivato di fronte ad un antico portone consumato dal tempo esitò un attimo e poi suonando al pian terreno entrò guardingo ma a vederlo rilassato. Si ritrovò in una stanza eccessiva dove una decina di sedie messe in cerchio smorzavano lo spazio poco illuminato. Come a dar l’idea di un peccato che non avrà fine perché non è mai iniziato. Salutò tutte quelle persone che erano sedute. Alcune un po’ spente. Altre più avanti nel gioco che sembravan contente.
E stupendosi ancor prima di sedersi chiese la parola e riconobbe quello che non aveva mai avuto il coraggio di confessare persino a se stesso. Avendo sempre reinserito sbadato quel problema tra gli ultimi della sua lunga lista.
Disse mi chiamo Marcello. E sono un’alcolista.

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