mercoledì 1 dicembre 2010

Agadir-Firenze. Solo andata.

Prologhino
Questo racconto l'ho scritto negli anni kenyoti ed è stato anche pubblicato da un mensile.
Poi per curiosità tre mesi fa l'ho spedito per le selezioni di un concorso: Io-Racconto 2010 Firenze. tra 1600 ne hanno scelti 50 e pubblicati in un libro a grande distribuzione.
Ecco, lui c'è in quel libro.
Una piccola soddisfazione per il blogger ed un piccolo regalino per chi legge.


Mustafa vive a Firenze da 15 anni. Arrivò da Agadir, Marocco, dopo aver pagato 2 milioni ad un pusher di carne umana per raggiungere un suo parente che viveva nel bresciano.
C’era un buon lavoro per lui. Gli promise.
Viaggiò nascosto in un camion e la fece franca. Erano i tempi degli sbarchi in massa degli albanesi e passare la frontiera su al nord risultò uno scherzo. Come il lavoro promesso dal parente. Diede a Mustafa un chilo di hashish e gli spiegò dove portarlo. Mustafa obbedì, ma quando a casa tirò su i suoi due stracci e partì per Firenze. Fare lo spacciatore non era per lui.
Trentenne mussulmano moderato, con una splendida moglie e un figlio in arrivo, magro dallo sguardo intenso e buono, Mustafa sognava un lavoro onesto per mandare poi i soldi a casa.
Che avevano bisogno di mangiare e che suo padre non stava bene e necessitava di cure.
Iniziò a fare il lavapiatti nelle trattorie fiorentine. A curare i giardini dei bianchi. A portargli in giro il cane. A fargli la spesa. Ad andare in posta a pagargli le bollette. Senza dar segni di stanchezza. O di insofferenza. Come se niente lo toccasse. O come se tutto gli scivolasse addosso.
E iniziarono ad arrivare i soldi a casa.
Poi un leinonsachisonoio gli dette una mano con la burocrazia, diventò regolare e Fatuma poté riabbracciare il suo amato.

Ma io l’ho saputo dopo tutto questo. Mustafa l’ho conosciuto due anni fa. Che nel ristorante dove lavoravamo c’era un albanese prepotente che non gli dava tregua. Così una sera, stanco di veder umiliare una persona per niente, l’ho presi da una parte. Usai fredde parole a stilletto. Funzionò. Certa gente solo quel linguaggio capisce. Ma da quel giorno nessuno prese più in giro Mustafa e lui, con quel fare silenzioso e pieno di rispetto mi sorrise, e diventammo amici.

Oggi rivedo Mustafa. Dopo un anno. Al telefono tra emozione e circostanza ci siamo dati appuntamento in piazza S.M. Novella. La casbah di Firenze. Verrà anche Fatuma. Che c’ha voglia di vedermi. C’incontriamo in un ritaglio di normale. Abbracci e baci discreti. Sorrisi al cous cous. “E ti trovo proprio in forma”. “ E tu sei sempre più bella. Ehi Mustafa. E tu sempre a dieta?” E giù risate e sorrisi rilassati. “E Ibrahm? Come va? Tutto ok?” E sguardi buttati là.

Questo strano quadretto multietnico richiama l’attenzione e intorno ci guardano un po’ tutti. I cingalesi con il placido sorriso d’oriente e lo sguardo di chi è lì per sbaglio. Gli albanesi che rumoreggiano inutilmente con lo sguardo carico d’odio e sconfitta. I romeni, oramai carichi d’odio e basta, persi in delirio alcolico che sa di guai. E I nord africani che cazzeggiano ma con discrezione, puntando le turiste attempate e sperando una vita da mantenuti come nei film.
Più in là ci sono alcuni marocchini che indossano il Kanzus. Alti. Seriosi. Mussulmani fin nel midollo. E non sto facendo complimenti. Ci puntano troppo e non mi piace. Poi uno chiama Mustafa e iniziano a discutere animatamente. Hanno da ridire sul fatto che Fatuma parli così amichevolmente con un infedele e in un posto pubblico poi. Ma Mustafa tiene duro e cita pure il Corano e li benedice a modo e quando torna indietro mi sorride arabo e mi prende sottobraccio e mi fa “Ho voglia di un bel the fumante andiamo”. E mi prende sottobraccio anche Fatuma che sto lì per commuovermi. Bisogna saperli riconoscere i gesti che contano per davvero. Perché spesso si nascondo tra le pieghe di momenti che ci passano sotto gli occhi così.

Ci sediamo in un bar e iniziano a parlare di preamboli. Poi Fatuma mi guarda con gli occhi di mamma. C’è un problema con Ibrahm. Il padre della sua fidanzatina osteggia la loro storia e non ne
vuole sapere di avere un mussulmano per casa. E Ibrahm, per reazione, ha mollato la presa religiosa e non segue più neanche un precetto. Anzi, li viola di proposito. Mi chiedono di parlarci e di fare qualcosa a te che ti vuole bene e ha attaccato persino la tuo foto in camera ti ascolterà.
Dico preso in fuorigioco che lo farò. Ma di che cosa devo parlarci non l’ho proprio capito ma lo tengo per me. L’invito a cena per quella sera sarà la scusa per recitare la parte dello zio.
Dovete sapere che Ibrahm è nato in Marocco ma aveva appena un anno quando arrivò a Firenze. Ha vissuto sempre qua. Parla fiorentino che salta una consonante ogni tre. Tifa Viola, fa gli striscioni e va in Fiesole. Porta i pantaloni strappati sotto gli slip e gli orecchini. Ascolta Ligabue e i Negroamaro e smanetta bene con il pc. Sogna di fare il grafico e si farà un sacco di pugnette.
Come qualsiasi ragazzino della sua quindicenne età. Capite? Un adolescente viene ferito nel bel mezzo della sua prima storia d’amore perché ha la pelle un pochino più scura. E basta. Mi chiedo se a qualcuno sta sfuggendo il significato della parola abbronzarsi. O di solarium. E quanto tempo e soldi spendiamo per avere anche solo per un attimo la pelle dello stesso colore di Ibrahm. Eh?

Arrivo puntuale alle 20. La casa dei Mustafa è piccola ma dignitosa. Foto di vita normale sui muri. Ci sono anche gli innamorati a Venezia. E la Mecca. Pochi ninnoli ma tutti essenziali. Mi piace l’aria tra oriente e occidente che c’è. La cordialità di Fatuma è da perfetta padrona di casa. Discreta ma piena di attenzioni. Mi ha comprato anche la birra. E mi guardano tutti e due come a dire per te soltanto lo facciamo capito? Stappo sorrido e mi fiondo in camera di Ibrahm che è al pc e sta in cuffia. Quando si gira strabilia. Mi abbraccia e mi da il cinque. Indica la foto. Sto tra Ligabue la Viola e tutta una roba di grafica che abbaglia gli occhi. Il letto è in disordino a modino. Scarpe in giro e magliette in ogni dove. Il tavolo pieno di fogli e flyers e penne strane e pezzi di pc e riviste e qualche quotidiano. Persino.
È proprio un bel ragazzo. Magro magrebino. Capelli neri neri tirati indietro e affogati nel gel. Occhi scuri di cui non vedi la fine. Due campanelle nel lobo sinistro e un pircing discreto sulle sopracciglia. Potrebbe tranquillamente fare il modello. Glielo già detto. Gli allungo l’ultima versione di Nero già craccata che lui si mette subito ad istallarla con un grandemau.
Eccolo qua il pericolo arabo.

La cena è cous cous per davvero. Si pesca tutti dallo stesso vassoio e con le mani. Sanno che anch’io mangio alla loro maniera e che quel modo anche per me rappresenta un senso di comunione e rispetto che sfugge quasi sempre agli occhi degli occidentali. Si parla del vago. C’e una piccola tensione nell’aria che si muove come un elettrocardiogramma.
Finito di cenare propongo ad Ibrahm di uscire. “E voglio conoscere la tua bimba”. Aggiungo.
Che rimane un attimo così e poi fulmina i suoi come per dire “glielo avete detto eh?”

Quando arriviamo al pub il gruppo di Ibra, così lo chiamano tutti, è in formazione tipo. Riconosco subito Giulietta perché lo guarda come un Dio che ha avuto la strana idea di infilarsi ai piedi un paio di Nike distrutte. Mi presenta con il linguaggio della loro tribù. Mi guardano tra lo sfavato e il curioso. La storia che vivo in Africa gioca a mio favore forse, ma per molti ho la stessa età dei loro genitori e mi immagineranno come un padre rompicoglioni, di rimbalzo.
Giulietta mi sorride continuamente e fa espressioni buffe. È davvero carina. Magra, capelli corti, naso alla luna e due occhioni così. Vestita come una disadattata. Come tutto il gruppo d’altronde. Ma con un suo stile. Si incolla ad Ibrahm e non lo molla un attimo. Fa buon sangue osservare un gruppo di ragazzini fare i quindicenni che provo a decifrare i loro codici. Ibrahm è uno dei leder e da l’idea che se lo sia guadagnato. Quando dice cose che riguardano il gruppo tutti lo ascoltano con interesse. E non alza mai la voce. Cosa che gli altri fanno continuamente.

Poi Giulietta mi porta una birra offerta con la paghetta e usciamo fuori a sederci sul marciapiede. "E Ibra mi parla spesso di te". Inizia. "Ti ammira perché viaggi e poi sai di musica abbestia e poi".
E poi Giulietta che si apre. E con i lucciconi mi racconta del padre ex calciante. San fredianino. Gestore di una piccola autofficina e di qualche giretto losco. Che non vuole saperne di Ibrahm. “Perché gli extracomunitari hanno rovinato Firenze. Ecco perché”. E io non so più cosa fare. Ho paura di perderlo. Capisci? Arriva Ibra e si siede anche lui e mi guarda e storce la bocca sul mio sguardo. Inizio titubando uno zio. “Non credo che tuo padre odi solo Ibra. Io credo che odi lui come quelli delle Case Minime. I pratesi. Immagino persino gli juventini. Odia perché ha paura. Perché non capisce cosa succede. E si difende attaccando. Odia perché ha la sensazione di essere stato fregato ma non sa da chi. E allora diffida di tutti. Odia perché ha perso. Perché quello che ha sognato non si è realizzato. O forse non l’ha sognato mai. Che mi sembra più vero. Non lo cambierai. È impossibile. Ma tu puoi fare una cosa. Cerca di non essere come lui. Questo si che lo puoi fare”. Poi girandomi verso Ibra che se l’aspetta continuo. “E tu vacci piano a ferire i tuoi. Soprattutto tuo padre. Lo sai benissimo che se tutti i mussulmani fossero come lui il mondo non sarebbe così. Che poi ci stai male. Lo vedo bischero”. E lo abbraccio che si scioglie rassicurato nella mia presa e ci lascia una lacrima una. “Se volete stare insieme scordatevi di scalare questa montagna. Non si può fare. Ma potete fregarla girandoci intorno. Non se ne accorgeranno”.

Finisco la parte dello zio in un silenzio pieno di clacson e mi giuro immediatamente che sarà l’ultima. Mi mette a disagio dover parlare con questi ragazzini e fare il grande. Grande di che poi.
L’out audio dura ancora un attimo che alzo gli occhi e mi ritrovo Giulietta attaccata al collo e mi da un bacione che all’anagrafe mi tiran via dieci anni senza batter ciglio.
È tempo di mollare la presa e tutti i bimbi e tutte ste robe che mi smuovono sentimenti antichi e la finisco allungando un cinquanta a Ibrahm facendoci sopra pure la raccomandazione.
Sto proprio invecchiando.

Mi accompagna per un tratto e mi ringrazia due volte. “Di cosa?” Rispondo. “Bho” fa lui. “Che non sei come loro forse. Con te è tutto così semplice. E per Nero”. Strizzo l’occhio.
Quando oramai sono di spalle mi chiede. “Mau. Come ti sembra Giulietta?” Ah. Finalmente ne fa parola. “Mi sembra a posto. È carina”. Rispondo. “Ma io dell’amore in questo senso non posso dirti granché. Ho sempre fatto cilecca”. Ci sorridiamo come quando il mondo ti sembra x un attimo bello.
E sotto le luci dei lampioni che formano ombre lunghe su una Firenze che anche stanotte si bea di se stessa, mi congedo troppo in fretta da questo ragazzo che ne dovrà passare delle belle nella vita. Temo. Passeggio due minuti per le vie del centro. Via Tornabuoni sfregiata dai negozi di famosi stilisti. E mi scopro a pensare a quei due bimbi. Via Della Vigna Nova sfregiata dai negozi di famosi stilisti. E continuo a pensare a loro. Davanti ad una assurda vetrina D&G mi prende così male che improvvisamente torno indietro e Ibra e Giulietta non si stupiscono nel vedermi che dico: “Vi va di fare due passi?” E mi sorridono e si alzano e prendon su le sigarette e ci incamminiamo lenti sui lungarni. Motivati e rilassati. A respirar leggeri l’aria dell’Arno. Ogni tanto parlando banali. Certe volte dicendo cose che forse rimarranno. A guardarci così come cari amici che si conoscono da anni. Guardandoci meglio come delle persone che stanno cercando di intuire dove sia l’uscita d’emergenza. Dei propri affanni.

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